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Ripensare la cittadinanza: Mary Wollstonecraft tra femminismo e repubblicanesimo

CARLOTTA COSSUTTA
Articolo pubblicato nella sezione “Ragioni per la democrazia: uguaglianza, rispetto, differenza”

«Non desidero che esse abbiano potere sugli uomini ma su loro stesse» (Wollstonecraft 2008, p. 86) scrive Mary Wollstonecraft nella Vindication of the Rights of Woman, suggerendo un ideale di indipendenza per le donne che sembra riecheggiare alcuni tratti della libertà repubblicana. In queste vorrei provare a mostrare proprio il legame tra femminismo e repubblicanesimo nel pensiero di Wollstonecraft, in particolare mettendo in luce come il contesto repubblicano non solo sia l’ambiente nel quale si forma, ma sia anche il punto di riferimento teorico utile per comprendere il suo modo di intendere la difesa dei diritti delle donne e la tensione all’uguaglianza. Sono consapevole dell’anacronismo di definire femminismo le rivendicazioni di Wollstonecraft, ma penso possa essere, per citare Nicole Loraux, un anacronismo controllato (Loraux 2005) e utile per interrogare anche il presente: se il femminismo, infatti, è stato spesso inteso come un frutto da un lato del liberalismo, dall’altro del socialismo, pensarlo legato al repubblicanesimo può aprire spazi di riflessione e di azione anche sulla contemporaneità.
In primo luogo proverò, quindi, a mostrare alcuni tratti del contesto che influenza Wollstonecraft, mettendone in luce alcune tracce repubblicane. Poi proverò a segnalare la ridefinizione che Wollstonecraft propone di alcuni temi del repubblicanesimo: in particolare mi concentrerò sulle descrizioni della libertà e della virtù, che proverò a guardare attraverso il prisma dell’educazione, tema caro sia a Wollstonecraft che ai repubblicani. Infine cercherò di mostrare come questa ridefinizione conduca ad un modello di cittadinanza che ha le sue radici nel repubblicanesimo pur senza aderirvi del tutto.
Legare il femminismo al repubblicanesimo può sembrare un’impresa disperata, consapevoli come siamo del carattere decisamente mascolino, per citare Anne Phillips (Phillips 2000), delle teorie repubblicane, piene di eroi, cittadini in armi e appelli alla virilità. Allo stesso tempo, però, il repubblicanesimo propone una nozione di libertà che si rivelerà fondamentale per indagare la peculiare forma di subordinazione che colpisce le donne e immaginarne la liberazione. È noto, infatti, come gli studi di John G. A. Pocock (Pocock 1975) abbiano messo in luce una tradizione repubblicana precedente a quella liberale, la quale mantiene una sua autonomia pur sovrapponendosi ad essa: è una tradizione carsica, che riemerge a tratti in diversi autori e momenti storici, e che va rintracciata con attenzione. Secondo Pocock il tratto caratteristico e distintivo di questa tradizione è quello di considerare, aristotelicamente, l’essere umano un animale politico, che trova la sua più piena realizzazione proprio nella partecipazione alla vita politica della comunità. Skinner ha approfondito questo discorso rintracciando le origini del repubblicanesimo nella tradizione romana: traccia un filo conduttore che da Livio e Cicerone passa per Machiavelli per arrivare a James Harrington e alla teoria politica americana (Skinner 1998). Percorrendo questo filo, Skinner identifica nella difesa della libertà la caratteristica principale della teoria repubblicana: la partecipazione politica non sarebbe, a suo avviso, il risultato di una predisposizione naturale ma un mezzo per difendere la libertà civile attraverso la virtù. Per questo, seguendo Skinner, si può affermare che «per considerare repubblicani alcuni autori bisogna rintracciare nel loro pensiero tesi e concettualizzazioni specifiche che riguardano, in particolare, la libertà e il nesso libertà individuale-libertà collettiva» (Geuna 2001): sono proprio queste tracce che appaiono anche nel testo di Mary Wollstonecraft e che, nel seguito dell'articolo, proverò a mettere in luce.
Benché Mary Wollstonecraft venga spesso considerata la madre del femminismo, il suo pensiero è stato influenzato da donne (e non solo) che prima di lei avevano rivendicato i loro diritti; qui mi limito a segnalare soltanto due riferimenti quasi contemporanei che mettono in luce alcune dei temi di Wollstonecraft e che vengono citati nella Vindication of the Rights of Woman. In primo luogo vanno ricordate le riflessioni di Catherine Macaulay, che segnano uno snodo importante: Macaulay, significativamente, è una delle poche persone che Wollstonecraft cita esplicitamente nella Vindication. Nel 1783, infatti, Catherine Macaulay pubblica Letters on Education, un’opera verso cui Mary Wollstonecraft riconosce un grande debito intellettuale. Inoltre Macaulay viene ricordata principalmente per una storia dell’Inghilterra in chiave repubblicana: in quanto donna non aveva avuto un’educazione ufficiale, ma da autodidatta era rimasta molto colpita dalla storia greca e romana e affascinata dalla libertà repubblicana. Si interessa alla Rivoluzione Americana e pubblica, in suo sostegno, An Adress to the People of England, Scotland and Ireland on the Present Important Crisis Affaire e, come Mary Wollstonecraft, anche Macaulay risponderà alle Reflections di Burke sulla Rivoluzione Francese con quello che sarà il suo ultimo scritto politico.
Letters on Education anticipa molti dei temi che saranno propri di Wollstonecraft, tra cui l’importanza della mancanza di istruzione per le donne e la necessità di colmare questa lacuna per rendere le donne virtuose. Per Macaulay la virtù di una donna consiste essenzialmente nell’essere fedele ad un solo uomo, cosa che non accade perché uomini e donne sono educati diversamente, mentre andrebbero trattati allo stesso modo. Ipotizza, perciò, la costituzione di scuole miste in cui ragazze e ragazzi possano ricevere la stessa educazione: la virtù e la conoscenza sono uniche e non ha senso sdoppiarle artificialmente per crearne di diverse a seconda del sesso. Ricevere lo stesso tipo di istruzione, infine, è l’unica via attraverso la quale le donne possono sperare di cambiare lo stato di cose presenti e le condizioni politiche e sociali svantaggiose per loro.
Negli stessi anni in Francia il tema dei diritti femminili era molto dibattuto: Condorcet aveva sostenuto la causa dei diritti e dell’istruzione delle donne, sostenendo che non vi sono differenze naturali tra uomini e donne e che quindi non ha senso escludere queste ultime dai diritti propri dei cittadini. Nel 1791 Talleyrand presenta all’Assemblea Costituente un rapporto sull’istruzione pubblica, in cui riprende la proposta di Condorcet sul diritto all’istruzione per le donne, ma la modifica fino a snaturarla: le donne devono sì essere istruite, ma deve occuparsene la famiglia per salvaguardare l’esclusione dalla sfera pubblica delle donne, che, per la pubblica utilità, devono rimanere in quella domestica. Questo rapporto viene in gran parte bocciato e nel 1792 Condorcet ne presenterà un altro per riaffermare il diritto all’istruzione delle donne. Non abbiamo prove che Mary Wollstonecraft abbia conosciuto Condorcet, anche se lui frequentava l’editore Johnson, ma probabilmente ne aveva sentito parlare: in questo senso è significativo che dedichi la Vindication of the Rights of Woman or the Rights of Woman a Talleyrand e lo inviti a tenerne conto e a ripensare al suo progetto educativo.
In questo contesto prende vita il pensiero di Wollstonecraft e vorrei iniziare ad addentrarmici sotto la luce di una citazione di Milton, dal Paradiso perduto, che si trova proprio nella Vindication of the Rights of Woman: «Ma quale società/ può essere formata tra esseri ineguali, e che armonia,/ che autentico diletto? Dev’essere reciproca, data/ e ricevuta in giusta proporzione; ma nella/ disparità, come da un lato un ritmo intenso, e dall’altro/ uno passivo e lento, l’armonia non si accorda con nessuno» (Wollstonecraft 2008, p. 35). Il femminismo di Wollstonecraft, proprio a partire dalla consapevolezza della mancanza di armonia della società causata dalla disuguaglianza, diventa anche un modo per mettere in discussione il rapporto tra libertà e repubblica: l’esperienza delle donne dimostra, infatti, che non basta vivere in una repubblica, per quanto ben ordinata, per essere libere. Proprio la dimensione dell’esperienza diventa centrale nel pensiero di Wollstonecraft, che sceglie come metodo il partire da sé per indagare la dipendenza e per descrivere non solo che cos’è la mancanza di libertà, ma anche come essa viene vissuta. Wollstonecraft, in questo senso, riprende l’idea repubblicana di libertà come assenza di dipendenza, ma la amplia per comprendere la subordinazione delle donne che vengono educate ad amare questa loro forma di vita non-libera. Wollstonecraft intende la libertà, in senso pienamente repubblicano, come assenza di dominio e, perciò, riconosce nelle donne degli esseri non liberi, mai pienamente indipendenti dal dominio maschile.
Proprio a partire da queste considerazioni, la riflessione sull’educazione, nata dalla polemica con Rousseau, diventa fondamentale per capire come sia possibile che le donne amino la loro subordinazione. La caratteristica più rilevante della formazione delle donne è il suo tendere in un’unica direzione: rendere la donna piacente, farla diventare «il giocattolo dell’uomo, il sonaglio che tintinna nelle sue orecchie ogni volta che egli decide di mettere da parte la ragione e svagarsi» (Wollstonecraft 2008, p. 53). Nel corso del testo le donne vengono paragonate a gingilli, a pennuti, a piante esotiche e ad una serie di oggettini piacevoli per sottolinearne la frivolezza, l’attenzione all’aspetto e all’esteriorità, il ruolo di passatempo per gli uomini e soprattutto la loro dipendenza; le donne finiscono per fare della loro bellezza il loro solo obiettivo: «l’impegno principale nella vita di una donna, sulla base del modello sociale attuale, è il piacere» (Wollstonecraft 2008, p. 78), che distoglie la loro mente da occupazioni più stimolanti intellettualmente e più utili alla società. In questo modo le donne diventano, «letteralmente parlando, schiave del proprio corpo e si gloriano di questa sottomissione» (Wollstonecraft 2008, p. 65), che viene rappresentata dagli uomini come piacevole e come segno di un privilegio.
Questa vanità femminile non è naturale, ma è il frutto di un’educazione che parte proprio dal corpo: le donne vengono costrette all’immobilità, permettendo loro, fin dalla più tenera infanzia, solo giochi sedentari e silenziosi, preludio di una vita adulta altrettanto noiosa. Mary Wollstonecraft critica fortemente questa consuetudine: «in tutto il regno animale ogni giovane creatura ha bisogno di esercizio continuo e l’infanzia dei bambini, secondo questa indicazione, dovrebbe essere trascorsa fra innocue capriole che mettono in movimento mani e piedi. L’attenzione necessaria alla sopravvivenza è, infatti, il primo naturale esercizio dell’intelletto, mentre le piccole invenzioni per il diletto del momento sviluppano l’immaginazione. Ma questi saggi disegni della natura sono vanificati dal cieco zelo» (Wollstonecraft 2008, p. 62). In particolare, alle ragazze viene chiesto di conservare la propria bellezza, che sembra essere il loro bene più prezioso, e di non metterla in pericolo con giochi all’aria aperta: un comportamento che «indebolisce i muscoli e fa rilasciare i nervi» (Wollstonecraft 2008, p. 62). La naturale inferiorità rispetto alla forza maschile viene costantemente rafforzata, trasformando le donne in creature malaticce e annoiate, che prestano attenzione al loro aspetto perché è l’unica cosa che gli è stata concessa fare: «è del tutto naturale che una donna costretta a star seduta e ascoltare le conversazioni oziose di sciocche governanti o presenziare alla toeletta della madre si sforzi di prendere parte alla conversazione» (Wollstonecraft 2008, p. 63), come è logico che le bambine nei loro giochi finiscano per imitare i comportamenti della madre davanti allo specchio non avendo avuto modo di osservare nulla di più stimolante.
Questa educazione alla piacevolezza rende le donne dipendenti dal giudizio maschile e forma la loro identità solo in relazione al piacere dell’uomo. Questa dipendenza dallo sguardo maschile dà origine, secondo Wollstonecraft, ad un circolo vizioso tra l’educazione personale e la divisione dei ruoli all’interno della società: le donne non possono lavorare a meno di non essere considerate delle prostitute, quindi non possono essere indipendenti, quindi devono trovare un marito che le mantenga e quindi devono essere piacenti; ma anche viceversa: vengono educate solo alla frivolezza, quindi non sanno di poter essere indipendenti o non sono in grado di esserlo e quindi non resta loro che il matrimonio. Questo cortocircuito è anche la causa di molti dei difetti attribuiti per natura alle donne: se il loro solo obiettivo è soltanto il matrimonio, saranno sempre rivali tra loro e dovranno usare tutti i mezzi possibili per essere piacevoli ed essere quindi scelte da un uomo. Dalle donne non ci si aspetta nessuna virtù «se non quelle negative – pazienza, docilità, buon umore e arrendevolezza – virtù incompatibili con qualsiasi esercizio dell’intelletto di un certo spessore» (Wollstonecraft 2008, p. 82): gli uomini, infatti, non si aspettano di sposare una compagna con cui discorrere, ma una schiava da avere a propria disposizione. Le donne, quindi, vengono tenute nell’ignoranza e rese orgogliose della propria debolezza che viene interpretata come un segno di distinzione e buon gusto: la dipendenza, travestita da seducente fragilità, diventa un valore e un obiettivo da perseguire.
Queste virtù tipicamente femminili vengono definite negative perché basate sulla sopportazione e perché indeboliscono l’intelletto e la volontà; ad esse, per le donne, si aggiunge la castità, per contrastare l’intemperanza maschile. Wollstonecraft, però, nota come questa virtù non sia appannaggio di tutte le donne: ve ne sono alcune che sono «schiave compiaciute della lussuria occasionale» (Wollstonecraft 2008, p. 101), che diventano voluttuose per piacere agli uomini; Wollstonecraft mostra, ancora una volta, il paradosso entro cui sono confinate le donne: per difendere la loro reputazione devono corrispondere alla castità, la virtù per la quale sono maggiormente lodate, ma per poter attrarre gli uomini devono mostrarsi libertine e disponibili. In questo contrasto la castità si trasforma in pura apparenza, in attenzione formale alla reputazione che non ha più nulla di virtuoso. Le donne sono paragonate agli ufficiali che «acquisiscono le buone maniere prima della morale» (Wollstonecraft 2008, p. 40) e che hanno come scopo della propria vita la galanteria e la mondanità. Anche in questo caso viene chiamata in causa l’educazione, che sia nel caso delle donne che dei soldati è frammentaria e subordinata agli impegni mondani: «ma può il frutto acerbo dell’osservazione casuale, mai sottoposto al vaglio del giudizio […], meritare di essere considerato conoscenza? I soldati, come le donne, praticano le loro virtù minori con puntigliosa formalità. Dov’è dunque la differenza sessuale, quando l’educazione è stata la stessa?» (Wollstonecraft 2008, p. 39) – qui Wollstonecraft presenta un altro tema caro al repubblicanesimo, quello dei cittadini in armi: la critica di Wollstonecraft agli ufficiali, infatti, non è altro che una riproposizione, in un contesto originale, dell’idea che cittadinanza e servizio militare debbano procedere di pari passo e che le milizie di professione siano un rischio per una repubblica che voglia prosperare. Wollstonecraft puntualizza come la passione delle donne per l’esteriorità e la forma, quindi, non sia un fatto naturalmente connesso al loro sesso, ma sia il risultato di un’educazione che preferisce l’emulazione al giudizio e che valorizza la confezione rispetto al contenuto. In questo senso Wollstonecraft nota che l’ammirazione di cui si fregiano le donne è ben lontana da una forma di rispetto che scaturirebbe da dei meriti, ripercorrendo ancora una volta una riflessione repubblicana.
Questo sguardo critico sull’educazione conduce Wollstonecraft ad una riflessione sulla virtù. Wollstonecraft, infatti, nota come la virtù sia intesa diversamente per maschi e femmine, sia sessuata, mentre dovrebbe trattarsi di un principio universale, valido per tutti e tutte, pur se declinato in doveri diversi; scrive così: «se esiste un solo criterio per la morale, un solo archetipo d’uomo, sembra dunque che il destino lasci le donne in sospeso […]: esse non posseggono né l’istinto infallibile degli animali, né possono puntare l’occhio sulla ragione per un modello di perfezione. Sono state create per essere amate e non devono anelare al rispetto per non correre il rischio di essere cacciate dalla società con l’accusa di mascolinità» (Wollstonecraft 2008, p. 54). Il tema del rispetto, e della differenza tra essere amate o rispettate, ritorna spesso in Wollstonecraft, che critica le amicizie femminili basate sul pettegolezzo, il segreto e su un’intimità troppo stretta, che conduce proprio alla mancanza di rispetto e di razionalità. Per Wollstonecraft questi rapporti troppo intimi impediscono alle donne di sviluppare quella distanza che permette la riflessione e che conduce all’azione politica – in questi accenni all’importanza di una distanza dagli altri sembra quasi di vedere quel tavolo che ci mette in comunicazione e ci separa di cui parla Arendt (Arendt 1958).
Mary Wollstonecraft critica duramente la società del suo tempo, ed in particolare l’aristocrazia, per la mollezza dei costumi, che indebolisce la virtù dei cittadini, rendendoli apatici e poco propensi alla vita pubblica: «è nella società più raffinata che si nascondono, sotto le erbe rigogliose, fetidi rettili e serpenti velenosi; c’è una voluttà, alimentata dall’aria ferma e opprimente, che fa rilassare ogni buona disposizione prima che maturi divenendo virtù» (Wollstonecraft 2008, p. 105). La debolezza delle donne è lo specchio della debolezza di una società intera, nella quale è «la ricchezza, e non la virtù, a rendere l’uomo rispettabile» (Wollstonecraft 2008, p. 140), dove alla proprietà è tributato quel rispetto e quella ammirazione che dovrebbe essere dovuta alla virtù e ai talenti e dove conduce a più alti onori il piacere rispetto al dovere. Le donne, poiché vengono educate alla dipendenza, sono l’esempio più alto di questa corruzione dei costumi: nella Vindication of the Rights of Woman of the Rights of Men Mary Wollstonecraft aveva sottolineato come dalla mancanza di libertà nascessero il servilismo, la furbizia e l’adulazione (Wollostonecraft 2002) e nella Rivendicazione estende questo argomento alle donne, deboli perché schiave. Pettit osserva proprio come questo sia un tema classico del repubblicanesimo che acquista una nuova veste «allorchè Mary Wollstonecraft comincerà a deprecare la “meschinità”, le “furbizie”, le piccole astuzie cui le donne sono spinte dalla dipendenza dei mariti: dalla schiavitù» (Pettit 1997, p. 78). Seguendo questo argomento l’unico modo per rendere le donne pienamente virtuose sarebbe, quindi, quello di renderle libere. Wollstonecraft si serve dell’idea repubblicana che vede la mancanza di libertà non solo nella costrizione, ma anche nella dipendenza: la condizione femminile, quindi, può essere descritta come una mancanza di libertà, come una vera e propria schiavitù. Wollstonecraft pensa la libertà come sempre connessa alla ragione, tanto che sottomettersi ad un potere perfettamente razionale coincide con l’essere liberi e, per questo, è fondamentale sviluppare un’indipendenza di pensiero: la possibilità di pensare liberamente deve andare di pari passo con quella di agire. Per Wollstonecraft, però, il carattere della persona viene formato (anche se non determinato) dalle circostanze in cui si vive. L’indipendenza del pensiero, perciò, dipende anche dalla libertà da condizioni di dipendenza materiale. In questo senso le donne si trovano, nuovamente, in trappola: educate a piacere non possono essere indipendenti e finiscono per amare la loro condizione come dei tronfi pappagalli in gabbia, secondo una vivida descrizione che ne fa Wollstonecraft. L’augurio che le donne diventino più virili che compare nel testo non è altro, in questo senso, che una speranza di rendere le donne più razionali e quindi più libere, ma Wollstonecraft è consapevole che la mascolinità non è altro che uno spauracchio.
Mary Wollstonecraft, quindi, non si presenta come esponente di un repubblicanesimo classico – nelle sue riflessioni sono quasi assenti i riferimenti all’antichità, ma anche quando li fa è sempre scettica su quell’ordine sociale e sull’enfasi sull’eroismo – pur essendo, però, intimamente legata ad una teoria della cittadinanza di stampo umanistico. In questo senso ritiene la femminilità, così come è costruita dall’educazione, un pericolo per la politica perché basata sulle emozioni e sulla seduzione. La politica, così come le relazioni personali e persino i matrimoni, dovrebbe essere basata sull’amicizia, il vincolo più sacro della società, che viene descritta come una relazione tra uguali, tra pari. Wollstonecraft trasforma la femminilità in un concetto politico, poiché diventa una parola in codice per dire schiavitù, e quindi, nella società europea di quel secolo, per definire un comportamento servile. Ma nelle sue riflessioni schiavitù significa anche qualcosa di più radicale: significa essere condizionati dal potere che le identità sociali hanno sulla politica. In altre parole femminilità è anche un modo per mostrare il potere che la sfera sociale ha su quella politica. Le donne vengono educate proprio a questo tipo di femminilità: vengono educate all’assenza di virtù, o alle virtù negative, che conduce all’esclusione dalla sfera politica e quindi dalla possibilità di agire.
Per Wollstonecraft – ed ecco un’altra traccia di repubblicanesimo – la virtù non può pienamente svilupparsi se esclusa dalla vita attiva, dalla partecipazione politica o dalla cosa pubblica. Le donne, però, educate ad essere frivole, non potranno provare alcun interesse per questo campo finché non saranno libere dalla dipendenza dagli uomini. La mancanza di partecipazione politica delle donne è un male per l’intera società anche perché «l’amore per l’umanità, da cui scaturisce naturalmente una serie di virtù, può nascere soltanto dalla considerazione dell’interesse morale e civile dell’umanità» (Wollstonecraft 2008, p. 125), interesse dal quale le donne sono escluse e che non possono trasmettere. La prima richiesta in questo senso è quella che le donne abbiano «dei rappresentanti invece di essere governate senza alcuna voce in capitolo nelle delibere del governo» (Wollstonecraft 2008, p. 113) sulla base dell’idea che se vengono negati «i diritti i doveri diventeranno inutili» (Wollstonecraft 2008, p 112) – ma Wollstonecraft è consapevole dei limiti della rappresentanza e aggiunge: «ma giacché l’intero sistema di rappresentanza in questo paese è solo una comoda occasione di dispotismo le donne non dovrebbero lamentarsi del fatto che sono rappresentate nella stessa misura in cui lo è la numerosa classe di operai, lavoratori accaniti che pagano per il sostentamento dei membri della famiglia reale quando riescono a stento a saziare con il pane la bocca dei figli. […] finché questi monumenti di follia non saranno rasi al suolo dalla virtù, simili sconsideratezze continueranno a mettere in fermento l’intera massa» (Wollstonecraft 2008, p. 113). La seconda richiesta è che possano godere di un’istruzione pubblica uguale a quella dei maschi che permetta alle donne di sviluppare il loro intelletto per poter sviluppare la propria virtù in maniera autonoma, senza scimmiottare gli uomini.
Il nesso tra libertà e virtù come requisito di una piena cittadinanza, e quindi di una partecipazione politica attiva, è un tema repubblicano, che, però, Wollstonecraft amplia per immaginare una diversa forma di cittadinanza, che si accompagni a un ripensamento della virtù civile. Wollstonecraft infatti non si limita a invocare l’ingresso delle donne nella sfera pubblica, ma ne teorizza un ripensamento radicale: rompe la barriera tra sfera pubblica e sfera domestica e tra virtù pubblica e privata. La sfera domestica diviene il luogo della formazione dei cittadini e quindi diviene a tutti gli effetti pubblica o, per meglio dire, politica. La cittadinanza viene ripensata a partire dal ruolo femminile di moglie e di madre, a partire da doveri diversi da quelli maschili, ma che hanno, e devono avere, lo stesso statuto di doveri pubblici: il tema di Wollstonecraft, in questo senso, non è tanto quello di liberare le donne dai doveri domestici, ma di cambiarne la considerazione e l’atteggiamento col quale le donne li svolgono, trasformandole da schiave in cittadine che hanno dei diritti in virtù del compimento di doveri riconosciuti. Come sottolinea Anne Phillps, infatti, «the equality she sought was to be measured in terms of independence rather than income or positioning in the social division of labour; and she [Wollstonecraft] saw no intrinsic reason why men and women could not be equally independent even while assuming very different responsibilities and roles» (Phillips 2000, p. 289).
Anche la virtù subisce un ribaltamento simile: «la virtù privata diventa il cemento della felicità pubblica e l’ordine del tutto viene consolidato dalla tendenza di tutte le parti verso un centro comune» (Wollstonecraft 2008, p. 109); viene abolita quella distinzione tra ruoli pubblici e privati che rendeva la sfera domestica un luogo intimo, opaco alle leggi e alla vita politica. Le donne libere e virtuose, infatti, sono «figlie più rispettose, sorelle più affettuose, mogli più fedeli e madri più ragionevoli; in un parola, cittadine migliori» (Wollstonecraft 2008, p. 117) perché per Wollstonecraft l’analogia tra Stato e famiglia non è soltanto una metafora o una sineddoche, ma una realtà: pare quasi anticipare lo slogan femminista il personale è politico, pur limitandosi a gettare uno sguardo pubblico sui rapporti privati. Wollstonecraft svela, così, la natura politica della sfera privata, mettendo in luce i rapporti di potere e di forza che agiscono in essa, sotto le mentite spoglie di una pretesa Natura, che copre logiche di subordinazione. In questo senso la soluzione proposta non può che essere politica: ripensare l’educazione significa tentare di scalzare le dinamiche subordinanti di quei rapporti di potere inserendo una dimensione di uguaglianza potenziale, che offra l’opportunità di agire politicamente.
Eileen Yeo ha definito questo modello di cittadinanza come una “cittadinanza materna”(Yeo 1997) e ritiene che Wollstonecraft abbia cercato di difendere i diritti delle donne salvaguardando allo stesso tempo l’uguaglianza e la differenza: da un lato, infatti, rivendica per le donne lo stesso statuto di soggetti razionali degli uomini, mentre dall’altro tenta di coniugare la partecipazione politica con un ruolo specificatamente femminile. L’ideale di cittadinanza che viene proposto avendo come modello la maternità è un’ideale che propone un’unica virtù per corpi diversi, che prova a scardinare la distinzione tra pubblico e privato attribuendo valore politico alla nascita e alla cura dei figli. Wollstonecraft, in questo modo, invoca un ripensamento della partecipazione politica: il buon cittadino non è più solo quello che spende la sua vita negli uffici pubblici, ma anche colei che quella vita mette al mondo.
Più ancora che rivendicare diritti, Wollstonecraft reclama un cambiamento dell’intera vita politica e civile sulla base dell’idea che il carattere degli esseri umani non possa essere formato unicamente dalle leggi o dagli affetti privati, ma che si costruisca nel lungo periodo nell’intreccio di entrambi. Non può esistere, quindi, una società libera e giusta che si basi su rapporti privati di dominio e sottomissione e non può esserci una virtù esclusivamente pubblica. Come mette in luce Sapiro «Wollstonecraft consistenly refused to draw a clear line between the “public” and the “private” spheres of life, and stood behind a more holistic and integrated notion of civic virtue» (Sapiro 1992, p. 181). Forse non è in grado di sciogliere il paradosso di un’uguaglianza nella differenza, ma sostenendo che «la virtù pubblica è solo un aggregato di quella privata» (Wollstonecraft 2008, p. 141) sta rivendicando per le donne la possibilità di un pieno autogoverno. Cosa intenda Wollstonecraft per autogoverno emerge soprattutto nei due romanzi – Mary, a Fiction e Maria, or the Wrongs of Woman – dove viene presentato un modello di autogestione in piccoli gruppi, che può garantire una maggiore libertà: in entrambi i romanzi, infatti, alla fine le donne scelgono di vivere in campagna, in comunità piccole e autoregolate, che rappresentano delle società non certo utopiche, ma delle suggestioni politiche perseguibili, dove, come sottolinea Coffee, chiarisce che «to be independent, we must live in a community of independent agents» (Coffee 2014, p. 914). Se il suo ideale, infatti, è un «cooperative self-government» (Sapiro 1992, p. 181), basato sull’amicizia, le donne devono poter avere potere prima di tutto su loro stesse: rifiutando di distinguere pubblico e privato rifiuta di immaginare una sfera di eccezione in cui non valgono le stesse regole che nella vita politica e porta la piazza nella casa, o viceversa, per non lasciare zone d’ombra alla riflessione critica che possano produrre costrizione e dominio e rendere una repubblica, anche se ben ordinata, ingiusta.


Bibliografia

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