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Editoriale

Editoriale a cura di VINCENZO SORRENTINO

Metamorfosi della sfera pubblica

Luciano Gallino in un suo recente testo, Finanzcapitalismo, scrive, a proposito della crisi, che «c'è di mezzo il senso di un'intera civiltà» e continua: «Che essa appaia asservita al suo sistema finanziario, piuttosto che esserne come dovrebbe la padrona, è un segno che la crisi economica è diventata crisi di civiltà. Che sia stato il suo stesso sistema politico a costruire dall'interno gli strumenti del suo asservimento alla finanza attesta non meno la gravità della crisi, quanto gli ostacoli che si oppongono al suo superamento». La crisi di sistema che stiamo attraversando solleva diverse questioni cruciali, tra cui almeno due in relazione alle quali le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT), in particolare Internet, possono giocare un ruolo importante: quella delle forme di partecipazione politica e quella dell'informazione. Ad essere in gioco è la qualità e, per certi versi, addirittura il destino delle nostre democrazie.
È evidente il darsi di un deficit di governo, ossia la mancanza di un adeguato governo politico dei fenomeni epocali e drammatici che ci stanno investendo, dall'emergenza ambientale alla crisi economica. Certo, non bisogna credere che la politica sia onnipotente e che sia in grado di pianificare ogni aspetto della vita sociale: una tale concezione è intrinsecamente totalitaria e va criticata con forza. Tuttavia non bisogna neanche rimuovere oppure occultare il ruolo che la politica ha giocato, e gioca tutt'ora, nell'emergere di fenomeni che investono le nostre vite di cittadini e che ci appaiono spesso senza volto, anonimi e indipendenti. I disastri ambientali che colpiscono sempre più di frequente il nostro territorio sono anche una metafora di quel che sta accadendo a livello globale: i mercati, come i fiumi, travolgono ogni argine perché per anni scelte politiche sbagliate e miopi hanno demolito tutto ciò che in passato era in grado di limitarne l'azione distruttiva. Infatti, la crisi economica e lo strapotere dei cosiddetti mercati, che sembrano ormai dettare l'agenda politica delle principali democrazie occidentali, sono anche e principalmente il frutto delle politiche neoliberali che hanno favorito la finanziarizzazione senza freni dell'economia, il risultato di scelte, spesso occulte, operate da settori consistenti della classe politica strettamente legati ai vertici di grandi imprese e istituzioni finanziarie. David Rothkopf, l'ex consigliere per il commercio estero di Bill Clinton, ha descritto con grande efficacia le caratteristiche e le componenti di questa "Superclass" globale. Ovviamente non bisogna cedere a nessuna teoria del complotto. Tuttavia, occorre essere consapevoli delle responsabilità delle classi dirigenti nel favorire la crescita di un sistema finanziario che ha visto una drastica riduzione della trasparenza politica e della capacità di controllo da parte dei cittadini, attraverso gli organi pubblici democraticamente legittimati, dell'esercizio del potere politico, che si è ulteriormente subordinato agli imperativi del sistema economico.
Se la politica ha avuto un ruolo determinante nella nascita del "mostro", è legittimo domandarsi se essa sia in grado di fermarlo. Appare però lecito chiedersi se sia realistico pensare che a farci uscire da questa situazione possa essere la stessa classe dirigente che ha contribuito a crearla. Ovviamente anche i membri delle classi dirigenti possono mutare atteggiamento, una volta compreso di aver compiuto degli errori di valutazione; tuttavia, non è dato al momento riscontrare un alto tasso di autocritica all'interno delle principali istituzioni economiche e politiche. È impressionante vedere come la logica di fondo dei provvedimenti che vengono prospettati da queste ultime per far fronte alla crisi, che pure viene considerata di una gravità e una radicalità senza precedenti nel secondo dopoguerra, sia sostanzialmente la stessa di quella che è stata alla base delle politiche economiche egemoni in questi ultimi decenni. Sembra dunque ragionevole pensare che un mutamento di rotta potrà eventualmente, anche se difficilmente, verificarsi soltanto grazie a forti movimenti dal basso che spingano verso politiche profondamente diverse da quelle che sono state dominanti fino ad oggi e verso un auspicabile ricambio della classe dirigente. È molto improbabile poi che tali movimenti possano vedere protagoniste le generazioni che hanno favorito, o non hanno ostacolato, i processi che ci hanno portati alla situazione attuale. La crisi solleva, anche sotto questo profilo, una cruciale questione generazionale: tutto fa pensare che un'eventuale mobilitazione della società civile possa essere innescata solo dalle nuove generazioni. In questi ultimi tempi ci sono già stati dei segnali rilevanti in tal senso.
Diventa allora centrale il problema della configurazione e della vitalità della sfera pubblica. Le ICT consentono forme di comunicazione che possono avere rilevanti ricadute in relazione a tale problema. La sfera pubblica è l'orizzonte di visibilità all'interno del quale prende corpo l'agire politico. Il termine pubblico può avere diverse connotazioni; essenziale, però, è il suo riferimento a ciò che è comune e manifesto: come tale il pubblico si distingue dal privato e dall'invisibile. Una sfera pubblica nasce solo là dove gli individui interagiscono su ciò che è di rilevanza pubblica, ossia su ciò che essi hanno in comune, attraverso mezzi e azioni visibili. La specifica forma che assume la visibilità del potere all'interno della sfera pubblica è connessa a fattori storicamente determinati. Basti pensare, ad esempio, a tre paradigmi di visibilità quali la rappresentanza-rappresentazione nel medioevo e nella prima modernità, la trasparenza nei paesi liberal-democratici e l'immagine nelle politiche contemporanee di image-making: si tratta di specifiche forme di visibilità del potere legate a particolari contesti politici e sociali. Sia la sfera pubblica rappresentativa di matrice pre-moderna che la politica dell'immagine presuppongono una sorta di monopolio della visibilità politica da parte di chi esercita il potere, dal momento che la determinazione del profilo che assume il volto pubblico del potere politico è sottratta ai governati. Nel primo caso in ragione del dominio indiscusso di determinati codici culturali, nel secondo in virtù di un apparato produttivo di immagini pubbliche, ideato e gestito dai governanti e dai loro tecnici della comunicazione.
All'interno della sfera pubblica rappresentativa, come ha messo in luce Habermas, la visibilità coincide con la pubblica rappresentanza del potere. Nella società feudale sono gli attributi della signoria, ad esempio il sigillo del principe, ad essere chiamati "pubblici". Ciò che ai fini del nostro discorso conta maggiormente è il fatto che la rappresentazione del potere esercitato dai governanti è concepita come l'incarnazione di un potere superiore. Il carattere pubblico del potere - che prende forma, ad esempio, nelle feste o nei rituali punitivi - non costituisce, quindi, una sfera di comunicazione politica di tipo discorsivo, ma denota uno status. Il pubblico è allora inteso quale pubblico di spettatori di fronte allo spettacolo del potere, ai riti che manifestano il suo splendore e il suo terribile potere punitivo. In quanto spettatori i sudditi non sono necessariamente ricettacoli passivi, immobili contemplatori dell'epifania politica. Essi possono prendere parte ai riti del potere, acclamando il signore, incitando il boia o ribellandosi ad un'esecuzione capitale. Il pubblico, però, non partecipa discorsivamente all'esercizio del potere.
La specifica forma di invisibilità correlata a questo paradigma di visibilità pubblica è il mistero, e questo in ragione del fondamento sacrale del potere politico, la cui fonte resta dunque nascosta. Come afferma San Paolo, ogni autorità viene da Dio (Rm 13, 1), da un Dio onnipotente e imperscrutabile, che agli occhi degli uomini rimane sempre, in ultima istanza, avvolto nel mistero. Il potere per riuscire ad avere presa sui sudditi deve manifestarsi, ma la forza delle sue manifestazioni è dovuta, in ultima istanza, al fatto di rinviare ad una fonte il cui mistero, lungi dall'essere violato, viene salvaguardato e consolidato dalle epifanie politiche. Questa funzionalità dell'invisibilità del potere per la salvaguardia e l'efficacia della specifica forma di visibilità della sfera pubblica viene meno con l'imporsi della moderna opinione pubblica e con il paradigma, ad essa correlata, della trasparenza politica. Il potere politico è trasparente quando rende accessibili alla conoscenza dei governati tanto le finalità quanto le modalità della propria azione: la sfera pubblica discorsiva sottrae all'invisibilità non solo il principio di legittimazione del potere, ma anche il suo esercizio. Inoltre, con la democratizzazione politica la trasparenza non è soltanto una condizione del controllo dei governanti da parte dei governati, ma diventa un'articolazione del principio della sovranità popolare: al contrario di quel che accade nella sfera pubblica rappresentativa, la fonte del potere è qui manifesta in quanto condivisa; la trasparenza politica è, allo stesso tempo, una condizione e una conseguenza della partecipazione diffusa alla gestione della cosa pubblica.
Alla trasparenza si contrappone, però, non solo la rappresentanza-rappresentazione di origine pre-moderna - che pure riemerge, per certi versi, in alcuni tratti della sfera pubblica contemporanea -, ma anche la visibilità come immagine prodotta alla stregua di un oggetto. Il progetto dell'integrale fabbricabilità dell'immagine pubblica del potere è volto a favorire la passività politica di un pubblico di cui si cerca di disattivare ogni capacità di controllo sull'operato dei governanti: il fine è quello di neutralizzare le procedure di partecipazione democratica attraverso le tecniche della seduzione e del marketing. Sono evidenti il ruolo che hanno giocato i tradizionali media a flusso unidirezionale, dal mittente al destinatario, e dunque la ragione delle lotte per impossessarsi di essi. Per fortuna i tentativi di ridurre la visibilità del potere a mera immagine, nonostante gli ingenti mezzi tecnologici messi talvolta in campo, si sono spesso imbattuti in ostacoli che ne hanno impedito la completa realizzazione. Oggi tali tentativi si scontrano con le potenzialità aperte dalle ICT, le quali forniscono la piattaforma tecnologica per forme di comunicazione orizzontale che sono uno dei presupposti essenziali di una sfera pubblica in cui la visibilità del potere sia sottratta ad ogni monopolio e ipostatizzazione.
Le lotte dal basso hanno giocato un ruolo determinante nell'affermazione del principio di trasparenza politica. Non esiste ovviamente un regime politico in cui il potere sia del tutto trasparente agli occhi dei cittadini. Il grado di trasparenza di un sistema politico, però, dipende innanzitutto dal livello di vigilanza civile e di partecipazione dei cittadini. Là dove queste ultime sono deboli, l'esercizio reale del potere può più facilmente inabissarsi sui fondali della politica occulta. Non è un caso se l'attuale sistema di governo politico-economico incentrato su un capitalismo finanziario cresciuto in buona parte nell'ombra e sempre più svincolato da ogni controllo pubblico, si sia consolidato in anni in cui le democrazie occidentali hanno conosciuto una forte e diffusa atrofizzazione civica. È per tale ragione che probabilmente solo la pressione di forti movimenti dal basso potrà aprire lo spazio per un'inversione di rotta. Sotto questo profilo le ICT, in particolare Internet, sono in grado di svolgere un ruolo rilevante. Occorre, naturalmente, evitare ogni idealizzazione di tali tecnologie. Innanzitutto, perché esse rendono possibili anche forme pervasive, e spesso invisibili, di controllo: ad esempio, le comunicazioni via mail, le chat, i social network come facebook o twitter, possono facilitare la sorveglianza elettronica e la categorizzazione di coloro che ne fanno uso. Inoltre, se è vero che le ICT, al pari di altre tecnologie, incorporano determinati codici culturali, è altrettanto vero che la loro utilizzazione, la realizzazione di alcune loro potenzialità e il loro stesso sviluppo dipendono anche dal più ampio contesto culturale e politico all'interno del quale esse si inseriscono. Ad esempio, la rete non basta certo a creare un'opinione pubblica vigile e partecipe, o a dare vita a movimenti dal basso che spingano per un mutamento dei rapporti di potere vigenti; tuttavia, essa può contribuire alla loro nascita e fornire degli strumenti straordinari per la loro propagazione e il loro consolidamento. Come sottolinea Pierre Lévy, la progressiva perdita del monopolio dei mediatori tradizionali nel campo dell'informazione e della cultura accresce la libertà di espressione e moltiplica le fonti di informazione. È evidente come ciò possa aprire spazi nuovi di elaborazione e di circolazione di prospettive critiche nei confronti dei paradigmi che in questi anni sono stati egemoni, come appunto quello neoliberale. Inoltre, a fronte della chiusura e del verticismo dei mediatori tradizionali della partecipazione politica, i partiti, la rete offre inedite opportunità di libera interazione e mobilitazione, come ben sanno i regimi autoritari che stanno cercando in tutti i modi di neutralizzarne il potenziale critico e partecipativo. Le ICT, dunque, possono mutare, e in parte stanno già mutando, l'infrastruttura comunicativa della sfera pubblica e dunque la sua conformazione.
Non si tratta di augurarsi la fine dei mediatori tradizionali nell'ambito dell'informazione, della cultura e della politica, e l'avvento di una democrazia diretta su basi virtuali, quanto piuttosto l'attivazione di un'interazione comunicativa capace di innovare la natura e le funzioni di tali mediatori, scardinando ogni monopolizzazione e privatizzazione del potere e del sapere. Nessuna utopia della rete, ma solo la consapevolezza del fatto che nel cyberspazio si gioca, e probabilmente si giocherà ancora di più in futuro, una delle battaglie principali per la configurazione dei rapporti di potere nelle società globalizzate. Naomi Klein, auspicando la crescita di movimenti che avranno la forza per pretendere delle risposte dalle élite, cita Studs Terkel: «La speranza non è mai discesa dall'alto, è sempre spuntata dal basso».


Vincenzo Sorrentino


In questo numero

"Cosmopolis" si dedica in questo numero all'approfondimento di due tematiche principali: nella prima sezione, le molte sfaccettature dell'interazione tra nuovi media elettronici, sfera pubblica e istituzioni politiche; nella seconda, grazie ai contributi elaborati per il seminario di Angela Gondek presso la Columbia University a New York, il pensiero filosofico sulla minaccia agli ecosistemi ambientali.
L'editoriale di Sorrentino apre il numero ponendo l'influsso delle nuove modalità di comunicazione sulla sfera pubblica sullo sfondo della crisi del sistema finanziario-capitalistico, mentre Levy rileva come l'uso delle nuove tecnologie in questione renda possibile una maggiore trasparenza delle fonti delle informazioni e un'elaborazione collettiva del sapere. Approfondendo il tema delle dinamiche interne alla partecipazione democratica, Pittèri propone un resoconto delle tipologie di democrazia elettronica concretamente realizzate fino ad oggi, con una particolare attenzione per il problema della scarsa incisività da esse dimostrata finora. Haggerty e Samatas espongono invece un quadro del rapporto tra tecniche di sorveglianza e democrazia, in un mondo contemporaneo nel quale tecniche del genere risultano allo stesso tempo pericolose per la sfera pubblica, e importanti per l'elaborazione delle informazioni di cui la legislazione democratica ha bisogno. De Kerckhove, invece, considera la dirompente entrata in scena di Wikileaks nel panorama dell'informazione globale. Anche Pievatolo rileva le enormi potenzialità delle tecnologie informatiche, questa volta in relazione alla diffusione del sapere scientifico: potenzialità tuttavia non realizzate, a causa del fenomeno dilagante della privatizzazione di beni prodotti gratuitamente e in comune dagli utenti della rete. Le modalità nelle quali le stesse tecnologie della comunicazione e dell'informazione vengono utilizzate sia per aumentare la trasparenza su tematiche di pubblico interesse, sia per nascondere informazioni cruciali o promuovere la sorveglianza, è il tema del contributo di Maret. Attento al fenomeno dell'accatastarsi e del proliferare di dati all'interno della rete, Brighenti propone invece il recupero, come utile strumento critico, della nozione ottocentesca di «folla», diffusasi nelle scienze sociali in relazione al sorgere delle realtà metropolitane. Mezza ripercorre d'altra parte l'alternarsi, nel corso della storia, di processi di rafforzamento e di indebolimento delle figure di mediazione tra la produzione di documenti culturali e i loro fruitori, mentre Cedroni si dedica al fenomeno di frontiera delle piattaforme in Rete che promuovono la riflessione sui programmi dei partiti e dei candidati politici in vista di appuntamenti elettorali.
La sezione prosegue con l'analisi dei rapporti tra media elettronici e movimenti politici nei differenti panorami nazionali. Se Agis sottolinea la capacità del movimento degli Indignados spagnoli di diffondere la propria lotta da Internet a una porzione consistente della società, Bieber segue passo passo il cammino che ha condotto il Partito Pirata Tedesco ad affermarsi nelle elezioni comunali di Berlino. Baudo indaga invece sul campo i mutamenti organizzativi in corso all'interno del movimento Occupy Wall Street, tra incontri in rete e in luoghi fisici, media tradizionali e reti telematiche. Tursi, attraverso una ricognizione delle recenti mobilitazioni nei paesi arabi, rimarca l'impatto della Primavera Araba sulle comode semplificazioni degli osservatori occidentali, nonché sulla sfida che l'uso delle tecnologie informatiche lancia a tutte le democrazie. Riflessioni articolate che ritroviamo nell'esame del rapporto tra istituzioni e media su Internet in Cina: De Giorgi evidenzia sia il fortissimo impulso impresso dall'apparato politico alle nuove tecnologie, sia le tecniche messe in atto per sorvegliare e indirizzare (con l'aiuto di importanti aziende occidentali) le azioni politiche degli attori della società civile. Zomorodi ricapitola infine le vicende che hanno segnato l'affermazione dei nuovi media in Iran, la cui popolazione si è avvalsa delle tecnologie elettroniche senza rinunciare alla propria identità culturale.
Gli articoli della sezione sull'etica ambientale spaziano dal dibattito sulle fonti di energia rinnovabile (Berliner) a quello sulla dimensione morale e culturale della frenetica crescita della città di Las Vegas (Sheperd), dalla constatazione dei lati oscuri della «rivoluzione verde» in Malawi – sulla quale attira l'attenzione Gaster –, alla denuncia di Bendandi riguardo alla situazione di crisi perenne dei rifiuti in Campania. Infine, Katz riporta la memoria alla catastrofe dell'incendio dei pozzi di petrolio durante la Guerra del Golfo, mentre Selinger fa luce sulla lotta, dal forte sapore simbolico, sulla gestione delle risorse forestali nei territori tormentati dal conflitto israelo-palestinese.
La sezione Tra le righe si apre in ideale continuità con l'ultimo numero monografico di "Cosmopolis", dedicato alle culture politiche dell'Italia repubblicana. Tosti ripercorre la storia dell'impegno dei cattolici italiani in politica, dai primi accordi elettorali dopo l'unità nazionale, per passare all'esperienza della Democrazia Cristiana, fino all'ambiguo ruolo delle forze cattoliche nella Seconda Repubblica. Mori costruisce invece un quadro critico delle narrazioni politiche legate al tema della sicurezza: nel pensiero di Hobbes incontriamo una prima e calzante analisi delle dinamiche emotive che plasmano il nostro rapporto con questo problema.


Sara Mollicchi


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