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Norberto Bobbio.
Tra teoria e ideologia

Michelangelo Bovero

1. Quale Bobbio?


Nel discorso di chiusura del convegno organizzato nel 1984 da Luigi Bonanate e da chi scrive per i suoi settantacinque anni, Bobbio ricorse più volte all’ironia. Era un modo per difendersi dall’imbarazzo. Ad un certo punto, rivolgendosi ad uno dei relatori, osservò:


Veca ha cominciato la sua relazione dicendo che gran parte dei miei scritti politici potrebbero essere iscritti sotto l’insegna del «quale». Quale socialismo? Quale democrazia? Quale libertà, quale eguaglianza? Mi viene fatto di pensare che questa trovata potrebbe essere un bel titolo, scherzoso ma non troppo, per lo stesso convegno: quale Bobbio?[1]

Questo passo mi è tornato alla memoria alcuni mesi fa, durante una delle tante manifestazioni pubbliche, di diversa natura e rilevanza, che hanno avuto luogo a Torino nell’occasione del centenario. Si trattava della presentazione del libro più recente di Bobbio. Mi riferisco (non ad un libro «nuovo», ad un inedito, bensì) all’ampia raccolta di saggi – ben settantaquattro, grandi e piccoli, che insieme si aggirano sulle 2000 pagine – riuniti da Marco Revelli per i «Meridiani» di Mondadori sotto il titolo Etica e politica. Scritti di impegno civile[2]. Come è noto, in questa e in altre collane simili vengono di solito ospitati volumi altrettanto estesi che contengono le «opere scelte» di grandi autori, classici e moderni: vi troviamo i testi che a giudizio del curatore sono tra i più rappresentativi della produzione di quel certo scrittore, o i più degni di essere trasmessi ai posteri, o i più incisivi, o i più adatti al vasto pubblico. Nel caso di Bobbio, un’idea di questo genere sarebbe quasi impossibile da realizzare. Anzi, direi che sarebbe un’idea assurda. Non soltanto per ragioni meramente quantitative – giacché i titoli enumerati nella bibliografia elettronica di Bobbio sono quasi cinquemila –, ma anche per la varietà dei campi specifici del sapere che Bobbio ha frequentato, delle diverse prospettive che ha di volta in volta adottato, delle dimensioni della realtà che ha esplorato in sette decenni di attività intellettuale. Dunque, il libro curato da Marco Revelli contiene bensì «opere scelte» di Bobbio, ma esse non corrispondono a «il meglio di tutto Bobbio» nel giudizio di Revelli, bensì sono il frutto di una scelta di secondo grado, resa possibile e sensata dalla scelta preliminare, da parte di Revelli, di un certo Bobbio. Quale Bobbio? Appunto, il Bobbio «scrittore civile».

Su questo (specifico) Bobbio tornerò verso la fine dell’itinerario ricostruttivo che tenterò di delineare nelle pagine seguenti. Come filo d’Arianna, suggerisco di prendere sul serio e alla lettera quella domanda, «quale Bobbio?», che Bobbio stesso aveva formulato in tono ironico nella circostanza ricordata all’inizio.



2. Diritto e politica. Filosofia o teoria?


Potremmo anche riformulare la domanda, riprendendo un’altra battuta scherzosa di Bobbio. Sempre nell’occasione dei festeggiamenti del 1984, sconcertò un intervistatore invitandolo ad immaginare che cosa avrebbe pensato uno studioso, anzi un topo di biblioteca, se di lì a qualche anno si fosse imbattuto per caso in qualcuno dei suoi libri, collocato in uno scaffale polveroso. Probabilmente, disse, quello studioso si chiederà, come il don Abbondio manzoniano: «Bobbio? Chi era costui?»[3].

Se a nostra volta immaginassimo di dover dare una risposta immediata e sintetica a qualcuno che ci rivolgesse una domanda simile, credo verrebbe spontaneo fornire, come prima informazione generale, una caratterizzazione di questo tipo: nel Novecento, Bobbio è stato un eminente filosofo del diritto e della politica. Ma bisogna intendere il valore di quell’«e». È un nesso disgiuntivo, che suggerisce già da subito l’esistenza di due Bobbio? Certamente no. Come ha argomentato in modo efficace Luigi Ferrajoli[4], uno dei meriti principali di Bobbio è stato proprio quello di aver connesso la teoria del diritto e la teoria politica, anzi di averle fatte interagire l’una con l’altra, mentre al contrario la maggioranza dei giuristi e dei politologi si ignorano a vicenda. Bobbio stesso affermò nel 1999:


Ho sempre considerato la sfera del diritto e quella della politica, per usare una metafora che mi è familiare, due facce della stessa medaglia. Il mondo delle regole e il mondo del potere. Il potere che crea le regole, le regole che trasformano il potere di fatto in un potere di diritto[5].

La formulazione è fortemente riduttiva; ma suggerisce l’idea di due universi contigui, o meglio, apparentemente tali ma in realtà intersecati, o meglio ancora sovrapposti, pur rimanendo distinti e analiticamente distinguibili: come il recto e il verso della medaglia. Questi due universi hanno costituito gli oggetti delle due discipline principali insegnate da Bobbio per quasi cinquant’anni, la filosofia del diritto e la filosofia politica[6]. E l’insegnamento universitario è stato la fucina quasi esclusiva delle idee di Bobbio.

Dunque: il Bobbio filosofo del diritto e il Bobbio filosofo politico sono un solo Bobbio. A questo punto, però, qualcuno potrebbe sollevare il dubbio se sia davvero pertinente designare Bobbio come un «filosofo». Forse avrebbe senso definirlo un «filosofo positivo». Ma si tratta quasi di un ossimoro, come ha sottolineato Alfonso Ruiz Miguel in uno splendido saggio dedicato a caratterizzare la complessa identità culturale di Bobbio mediante dieci formule paradossali: la prima delle quali è, per l’appunto, quella del «filosofo positivo»[7]. È senz’altro vero che Bobbio ha sempre fatto un uso molto cauto della parola «filosofia», almeno dalla fine degli anni Quaranta. La sua malcelata diffidenza per la parola aveva probabilmente origine nell’aperta ostilità contro «l’ultima ubriacatura metafisica»[8] da cui era stata pervasa la cultura italiana, l’idealismo di Giovanni Gentile, che era giunto quasi ad identificarsi, e ad essere identificato, con «la» filosofia, e che Bobbio considerava espressione emblematica di una pervicace «ideologia italiana»[9].

Questi atteggiamenti e questi giudizi di Bobbio si riflettevano nel modo di concepire il metodo e l’indirizzo principale dei suoi studi, e persino di nominare le materie del suo insegnamento. È rimasta celebre la sua distinzione tra «la filosofia del diritto dei filosofi e la filosofia del diritto dei giuristi», polemicamente rivolta contro i primi[10]. Meno nota, forse, la sua presa di distanza da quel modo di interpretare la filosofia politica che è divenuto egemone a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, come filosofia normativa della giustizia à la Rawls[11]. Certo è che, per definire il suo insegnamento, alla parola filosofia preferiva il termine «teoria». E poiché considerava il diritto e la politica come due facce della stessa medaglia, allo stesso modo concepiva la filosofia del diritto e la filosofia politica, o meglio la teoria del diritto e la teoria politica, come discipline congeneri e contigue.

Con uno sguardo retrospettivo, nel 1998 Bobbio aveva sintetizzato il suo pensiero con queste parole:


Ciò che le due teorie [giuridica e politica] hanno nei miei scritti in comune è non soltanto il fine, esclusivamente conoscitivo (non propositivo), ma anche il modo di procedere per raggiungerlo. È il procedimento della «ricostruzione», attraverso l’analisi linguistica non mai disgiunta da riferimenti storici agli scrittori classici, delle categorie fondamentali, che permettono di delimitare all’esterno e di ordinare all’interno le due aree, quella giuridica e quella politica, e di stabilire i loro rapporti reciproci[12].

Va da sé che queste formulazioni sintetiche sono, ancora una volta, riduttive. Ma da esse si possono trarre ulteriori elementi rilevanti per caratterizzare l’identità intellettuale di Bobbio, e in particolare per intendere il modo tipicamente bobbiano di interpretare il compito della «teoria» e il lavoro del «teorico».



3. La teoria e la storia, i concetti e i fatti

Bobbio è essenzialmente un teorico analitico. Ma come abbiamo appena visto, per lui l’analisi concettuale, l’analisi delle «categorie fondamentali» del diritto e della politica, non deve mai essere «disgiunta da riferimenti storici agli autori classici». Nell’opera di Bobbio sono maldistinguibili gli scritti di «teoria» da quelli di «storia» (soprattutto) del pensiero giuridico-politico (ma anche delle istituzioni). Per un verso, scopo eminente e dichiarato dei suoi lavori storici è quello della elaborazione e sistemazione di modelli concettuali. Nella prefazione della sua prima raccolta di saggi dedicata ai classici si legge:


Nello studio degli autori del passato non sono mai stato particolarmente attratto dal miraggio del cosiddetto inquadramento storico […]: mi sono dedicato, invece, con particolare interesse alla enucleazione di temi fondamentali, al chiarimento dei concetti, all’analisi degli argomenti, alla ricostruzione del sistema[13].

Per l’altro verso, non vi è lavoro teorico di Bobbio su concetti fondamentali che non sia corredato da continui riferimenti alla storia del pensiero, o addirittura costruito su di essa. Basti pensare al libro su L’analogia nella logica del diritto[14], o a quello su Il positivismo giuridico[15], alla raccolta di saggi L’età dei diritti[16], o al volume su La teoria delle forme di governo[17], eccetera. Ed ecco che in questo modo abbiamo incrociato altri due aspetti paradossali dell’identità di Bobbio, individuati da Alfonso Ruiz Miguel: lo «storico concettualista» e l’«analitico storicista». Faccio ancora notare che nei lavori bobbiani espressamente dedicati al pensiero dei classici non ha molto senso tracciare una netta distinzione tra scritti giuridici e scritti politici: qui la «medaglia» viene voltata e rivoltata continuamente, ovvero, con altra metafora bobbiana, il mondo bifronte della «vita pratica» viene guardato da entrambi i lati, quello del potere e quello delle norme.

Ma non basta. Il metodo di Bobbio non può essere designato semplicemente come analitico, giacché intende essere, come egli stesso lo ha chiamato, «empirico-analitico»:


Contrariamente a una interpretazione limitativa della filosofia analitica, l’analisi concettuale non si risolve nella pura e semplice analisi linguistica, perché questa è continuamente intrecciata con l’analisi fattuale, vale a dire con l’analisi, da condurre con la metodologia consolidata delle scienze empiriche, di situazioni politicamente rilevanti[18].

Molto ci sarebbe da riflettere su questo punto, riprendendo un’altra delle formule ossimoriche di Ruiz Miguel: quella che caratterizza Bobbio come un «empirista formalista». Mi limito ad una sintesi poco più che intuitiva: se l’oggetto della teoria di Bobbio è duplice, il mondo del diritto e il mondo della politica, osservati e studiati anzitutto con approccio empirico, ma al tempo stesso è unitario, perché i due mondi sono piuttosto, nella visione di Bobbio, due «facce» dello stesso mondo, che egli chiamava «il mondo della pratica»; invece il metodo di Bobbio, voglio dire il suo tipico modo di ragionare e di procedere nell’analisi di qualsiasi argomento, è unico, anche nel senso di originale. Si potrebbe caratterizzare con alcune parole-chiave: distinzione, comparazione, combinazione, domande canoniche, risposte dicotomiche[19].



4. Positivismo giuridico e realismo politico

Se ora passiamo dal metodo al contenuto dei due versanti della teoria di Bobbio, quello giuridico e quello politico, e cerchiamo di delineare il profilo di ciascuno di essi anche attraverso l’identificazione del posto che assegneremmo alla teoria bobbiana nelle grandi correnti del pensiero, sembra corretto affermare, almeno come caratterizzazione iniziale e generalissima, che Bobbio è uno dei massimi teorici del positivismo giuridico, da un lato, e del realismo politico, dall’altro lato. Tuttavia, entrambe le «etichette» appaiono subito troppo semplificanti. Dovremmo piuttosto dire, attingendo ancora una volta alle formule ossimoriche di Ruiz Miguel, che Bobbio è un «positivista inquieto»[20] e un «realista insoddisfatto».

Ricostruire i connotati specifici del positivismo di Bobbio richiederebbe un confronto preciso tra la sua teoria giuridica e quella di Kelsen: un’impresa che non posso qui neppure sfiorare. Mi limito ad alcune considerazioni preliminari. Anche se lo stesso Bobbio ha dichiarato più volte il suo debito nei confronti di Kelsen, sarebbe scorretto affermare che la teoria giuridica bobbiana sia un mero sviluppo o una semplice variante di quella kelseniana. È ben vero che Bobbio si può definire un positivista, in un senso filo-kelseniano, per quel che concerne la tesi fondamentale della distinzione, anzi della separazione rigorosa tra diritto e morale, ossia tra il diritto quale è e il diritto quale dovrebbe essere. Ma è altrettanto vero che ha senso parlare di una «inquietudine» di Bobbio verso il positivismo, e questa riguarda il problema della giustificazione del diritto, che non può non appellarsi a valori meta-giuridici. Tuttavia, Bobbio è un rigoroso e coerente non-cognitivista: i valori (ultimi) sono oggetto di scelta e di impegno, non di conoscenza; non sono (assimilabili a) fatti naturali e non si possono «scoprire» come i fatti. E ciò preclude qualunque scivolamento verso il territorio teorico del giusnaturalismo. Per Bobbio, non si può affermare né che il diritto ingiusto non sia diritto, né che il diritto (positivo) sia di per sé giusto. Il diritto non ha alcun bisogno di essere fondato su valori morali per essere quello che è; ma il diritto non deve essere obbedito semplicemente perché è diritto. Il diritto ingiusto è diritto, e deve essere disobbedito.

Insomma: l’«inquietudine» di Bobbio si traduce nel rifiuto del «positivismo ideologico», vale a dire della tesi secondo cui le leggi (valide) devono essere obbedite indipendentemente dal loro contenuto, dunque per obbligo morale verso lo stato. Ma questa inquietudine non si traduce affatto in una qualche forma di recupero del giusnaturalismo come teoria del diritto, cioè della (duplice) tesi secondo cui esistono norme conoscibili e vincolanti che non sono prodotti umani e che sono superiori alle norme positive.

Peraltro, se è vero che Bobbio tien fermo alla «purezza» kelseniana del diritto (e dello studio del diritto) rispetto alla morale, la stessa cosa non si può dire per quanto riguarda l’altro versante, ovvero il rapporto del diritto con la politica. La critica bobbiana della norma fondamentale equivale a un rifiuto dell’auto-fondazione del diritto. Bobbio invita a riconoscere la circolarità tra diritto e potere, ossia tra diritto e politica: al vertice di ogni sistema normativo lex et potestas convertuntur[21].

Il problema del potere si trova al centro di qualunque teoria realistica della politica. E non c’è dubbio che Bobbio sia sostanzialmente un realista, un osservatore disincantato dei fatti politici, anzi della storia del mondo, che per lui assomiglia davvero, come diceva Hegel, al «bancone del macellaio». I realisti di tutti i tempi sono quelli che non si lasciano incantare dai sogni delle utopie, né ingannare dalle false giustificazioni delle ideologie (nel significato negativo di questa nozione ambigua): essi constatano che il mondo della politica è il teatro della violenza e della frode, dell’agire strategico, dei tentativi reciproci di prevaricazione e imposizione tra individui e gruppi umani. Ma il realismo di Bobbio è «insoddisfatto», come dice Ruiz Miguel, perché non è mai accompagnato da quella specie di compiacimento cinico che caratterizza la maggior parte delle teorie realistiche della politica. Bobbio non si ferma alla diagnosi pessimistica e alla prognosi infausta sui destini umani, bensì alimenta costantemente la riflessione sulle terapie possibili per combattere, o almeno per contrastare, i mali perenni della vita politica. E le terapie preferite da Bobbio, quelle che giudica più efficaci, sono di tipo istituzionale: sono quelle che si rivolgono al diritto.

Queste ultime considerazioni ci portano verso quell’aspetto della personalità intellettuale di Bobbio sul quale ho voluto richiamare l’attenzione fin dall’inizio.



5. Teoria e ideologia


Suggerisco a questo punto di passare a considerare, al di là del metodo e del contenuto, il fine della teoria di Bobbio. Come abbiamo visto sopra, egli dichiara che si tratta di un fine «esclusivamente conoscitivo, non propositivo». Troviamo qui il Bobbio sostenitore della avalutatività, cioè del dovere del teorico di astenersi dai giudizi di valore, dell’imparzialità come etica della scienza e dell’insegnamento. Mille volte gli ho sentito citare la celebre frase di Max Weber: «La cattedra non è né per i demagoghi né per i profeti».

Ma tutti sanno che esiste un altro Bobbio: appunto lo «scrittore civile» che ho evocato al principio di queste pagine, a proposito della raccolta di saggi curata recentemente da Marco Revelli. Né profeta né, tanto meno, demagogo, ovviamente. Ma nondimeno immerso nella vita pubblica del suo tempo, partecipe attivo dei destini politici e più ampiamente civili del suo paese e del mondo. È il Bobbio sostenitore dell’ideologia (questa volta, nel senso ampio e più nobile del termine) liberal-socialista – ecco un altro degli ossimori segnalati da Ruiz Miguel –, dei valori della libertà e dell’eguaglianza, degli ideali della democrazia, dei diritti umani e della pace.

Dunque: abbiamo finalmente trovato due Bobbio, il teorico e l’ideologo? E tra l’uno e l’altro, quale rapporto sussiste? È un rapporto di distinzione, o meglio di separazione, coerente con la visione di un «dualista impenitente», più volte riaffermata ed anzi rivendicata da Bobbio stesso? Mi sento di sostenere che la separazione della teoria rispetto all’ideologia è rimasta netta e rigorosa. Mai (o quasi) il Bobbio teorico si è lasciato in qualche modo condizionare dalle sue convinzioni ideologiche. Piuttosto, si potrebbe dire che il confine è stato attraversato nel senso contrario: il tipico modo bobbiano di fare «filosofia militante» è stato (per lo più) quello del filosofo analitico, che applica il metodo dell’analisi concettuale anche alle nozioni utilizzate nei giudizi di valore, allo scopo di ricostruire le loro dimensioni descrittive. Ho già avuto occasione di sottolineare «quanta parte abbia avuto nella difesa di valori e ideali sostenuta da Bobbio, in tanti anni di battaglie intellettuali, l’operazione in sé non ideologica ma propriamente teorica della ricostruzione di concetti chiari e distinti, il superamento di equivoci mediante l’espunzione di significati ambigui dal linguaggio politico, l’elaborazione di definizioni rigorose e non persuasive delle categorie fondamentali»[22].

L’incidenza del lavoro di Bobbio come scrittore civile è stata profonda. Non è esagerato affermare che l’intera storia politico-culturale della seconda metà del XX secolo, in Italia, è stata plasmata dai dibattiti animati e spesso suscitati da Norberto Bobbio, con interventi su riviste e su giornali quotidiani. Ricordo solo i principali: dopo la famosa discussione degli anni '50 con i comunisti sulla politica della cultura, sulla libertà e la democrazia, è venuta quella degli anni '70 sulla inconsistenza della dottrina marxista dello stato; poi, in successione, sono venuti i dibattiti sul pluralismo e sulla «terza via»; sulle promesse non mantenute della democrazia e sul «potere invisibile»; sulla democrazia internazionale e sui diritti dell’uomo; sulla fine del comunismo e «l’utopia capovolta», e sulla necessità di una nuova sinistra mondiale (anzi, globale); quindi la polemica tesa, esacerbata, sulla «guerra giusta»; in seguito, la discussione vastissima, dilagante, su destra e sinistra; negli ultimi anni, gli interventi sulla misera fine della (cosiddetta) prima repubblica italiana, sul pessimo inizio della (sedicente) seconda e sul «partito fantasma», fondato da quello che definiva «un personaggio senza molti principi, ma con moltissimi interessi, che io considero nefasto per l’educazione morale e civile degli italiani». La maggior parte degli interventi di Bobbio in questi dibattiti sono stati via via raccolti in volumi[23], nei quali trova espressione la serie impressionante delle sue prese di posizione nelle principali vicende del Novecento.



6. Tolleranza e intransigenza


Ciò detto, l’ultima parola del Bobbio ideologo, o se si preferisce, la sua meta-ideologia, è stata la difesa del pluralismo: la constatazione dell’irriducibilità dei valori ultimi e l’elogio della tolleranza. C’è un brano di Bobbio che molti bobbiologi (o bobbiofili?) hanno eletto a emblema della sua personalità intellettuale e morale. Si trova nella prefazione di Italia civile, il primo di una serie di quattro libri[24] in cui Bobbio ha raccolto i ritratti di personaggi rilevanti della cultura e della politica, che a vario titolo hanno inciso, direttamente o indirettamente, sulla sua formazione. Dice Bobbio:


Le persone su cui mi sono soffermato sono diversissime fra loro per professione di fede, concezione filosofica, atteggiamento politico. Dalla osservazione della irriducibilità delle credenze ultime ho tratto la più grande lezione della mia vita. Ho imparato a rispettare le idee altrui, ad arrestarmi davanti al segreto di ogni coscienza, a capire prima di discutere, a discutere prima di condannare. E poiché sono in vena di confessioni, ne faccio ancora una, forse superflua: detesto i fanatici con tutta l’anima[25].

Di questo brano citatissimo, che risale al 1963, vorrei mettere in evidenza due aspetti di solito trascurati. In primo luogo, vorrei far notare che l’affermazione finale non è soltanto una battuta ironica o autoironica, dettata dal gusto per il paradosso: l’odio verso i fanatici è un’espressione radicale di quell’intransigenza che deve poter accompagnare la tolleranza come sua condizione di possibilità, affinché la tolleranza stessa non degeneri in una specie di transigenza accomodante e complice. La figura del «tollerante intransigente» non è affatto un paradosso. In secondo luogo, faccio osservare che anche in quella sintetica rappresentazione dell’atteggiamento tollerante, che precede l’affermazione finale di intransigenza, non c’è alcun posto per una indulgente remissività: tollerare non significa astenersi dal discutere e neppure dal condannare. La tolleranza esige bensì il rispetto delle idee altrui, ma il rispetto delle idee inizia con la difesa del diritto di ciascuno ad esprimere le proprie e si risolve nel dovere di comprenderle e discuterle tutte senza pregiudizi; certo non esclude la critica, anche la più radicale, e quando è il caso, la condanna.

Nella prefazione alla seconda edizione di Italia civile, datata 25 aprile 1985, Bobbio spiegava di aver pensato, scegliendo quel titolo, «a un paese ideale, non molto abitato, immune da alcuni vizi tradizionali, e fra loro contrapposti, della vecchia Italia reale (vecchia e sempre nuovissima): prepotenza in alto e servilismo in basso, soperchieria e infingardaggine, astuzia come suprema arte di governo e furberia come povera arte di sopravvivere, il grande intrigo e il piccolo sotterfugio»[26]. Ebbene, è amaro dover ammettere che l’Italia civile, così emblematicamente rappresentata, per me, dallo stesso Bobbio, non è mai davvero riuscita a prevalere. Ha resistito, ha vinto la lotta di resistenza contro il fascismo, ha istituito la repubblica democratica fondata su una bellissima costituzione, ma è rimasta minoritaria. Anzi, a Bobbio è toccato il triste destino di aver vissuto negli ultimi dieci anni di vita il ritorno protervo e trionfante della peggiore Italia incivile, incapace di riscattarsi dai suoi vizi inveterati, pronta a ricadervi in vario grado e in vario modo, in tragedia o in farsa. L’Italia incivile è sempre stata e continua ad essere, non voglio dire la «vera» Italia, il «paese reale», ma sì l’Italia più profonda e viscerale, radicata e non sradicabile, marcia e immarcescibile.

La storia è ambigua, ci ha ripetuto Bobbio infinite volte: manda segnali ambivalenti, non sai verso dove proceda, in quale direzione, in quale senso. Anzi, può darsi che abbiano ragione quelli che dicono che non ha alcun senso. Bobbio non credeva al mito illuministico del progresso: era – supremo paradosso – un «illuminista pessimista». E tuttavia, invitava a non credere neppure che la storia abbia un destino opposto, un senso prestabilito negativo. Piuttosto, diceva Bobbio, un senso alla storia si può e si deve tentare di attribuirlo: se guardiamo verso il passato, possiamo attribuire un senso alla storia cercando di ricostruirla con onestà intellettuale, assumendo e comparando diversi criteri e punti di vista. Se guardiamo verso il futuro, forse possiamo cercare di dare un senso alla storia riaffermando la nostra fedeltà agli ideali della democrazia, dei diritti e della pace.



[1] N. BOBBIO, “Congedo”, in L. BONANATE, M. BOVERO (a cura di), Per una teoria generale della politica. Scritti dedicati a Norberto Bobbio, Passigli, Firenze 1986, p. 246.
[2] N. BOBBIO, Etica e politica. Scritti di impegno civile, a cura di M. Revelli, «i Meridiani», Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2009.
[3] [N. BOBBIO], Bobbio, chi era costui?, intervista a cura di G. Martellini, «Il Gazzettino», 27 ottobre 1984, p. 3.
[4] L. FERRAJOLI, L’itinerario di Norberto Bobbio: dalla teoria generale del diritto alla teoria della democrazia, «Teoria politica», XX, n. 3, 2004, pp. 127-43.
[5] Traggo questo brano dalla lettera inedita indirizzata da Bobbio al preside e ai colleghi della Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Torino, e datata 17 ottobre 1999.
[6] Ma non bisogna dimenticare che per una decina d’anni tenne per incarico anche l’insegnamento di Scienza della politica. Del suo interesse per questa disciplina la più nota testimonianza è il volume Saggi sulla scienza politica in Italia, Laterza, Bari 1969, nuova edizione accresciuta Roma-Bari 1996.
[7] Vale la pena ricordare tutti i dieci paradossi: Bobbio sarebbe, secondo Ruiz Miguel, un filosofo positivo, un illuminista pessimista, un realista insoddisfatto, un analitico storicista, uno storico concettualista, un giuspositivista inquieto, un empirista formalista, un relativista credente, un socialista liberale, un tollerante intransigente. Cfr. A. RUIZ MIGUEL, Bobbio: las paradojas de un pensamiento en tensión, saggio originariamente presentato come relazione al corso su La figura y el pensamiento de Norberto Bobbio, organizzato e diretto da Gregorio Peces-Barba a Santander, 20-24 luglio 1992. Gli atti del corso sono usciti in un volume omonimo, a cura di A. Llamas, nella collana dell’«Instituto de derechos humanos Bartolomé de Las Casas» della Universidad Carlos III de Madrid, nel 1994. Il saggio citato è stato poi ricompreso in versione riveduta nel libro di A. RUIZ MIGUEL, Política, historia y derecho en Norberto Bobbio, Fontamara, México 1994. La replica di Bobbio a Ruiz Miguel (e agli altri relatori) è contenuta nell’Epílogo para españoles che chiude il vol. degli atti ed è tradotto in italiano col titolo Risposta ai critici in N. BOBBIO, De senectute, Einaudi, Torino 1996.
[8] N. BOBBIO, Discorso su Nicola Abbagnano, “Introduzione” a N. ABBAGNANO, Scritti scelti, Taylor, Torino 1967, p. 36, ripubblicato col titolo Nicola Abbagnano in N. BOBBIO, La mia Italia, Passigli, Firenze 2000, p. 68.
[9] Cfr. N. BOBBIO, Profilo ideologico del Novecento italiano, Einaudi, Torino 1986, pp. 3-4.
[10] Cfr. N. BOBBIO, Giusnaturalismo e positivismo giuridico, Comunità, Milano 1965, pp. 43 ss.
[11] Cfr. N. BOBBIO, Prologo a A. GREPPI, Teoria e ideologia en el pensamiento politico de Norberto Bobbio, Marcial Pons, Madrid-Barcelona 1998, p. 10.
[12] N. BOBBIO, Prologo a A. Greppi, Teoria e ideologia, cit., p. 9.
[13] N. BOBBIO, Da Hobbes a Marx, Morano, Napoli 1965, pp. 6-7.
[14] Istituto giuridico della Regia Università, Torino 1938. Il libro è stato recentemente ripubblicato a cura di P. Di Lucia, con una Prefazione di L. Ferrajoli, presso la casa editrice Giuffrè, Milano 2006.
[15] Editrice Cooperativa libraria universitaria, Torino 1961, seconda ediz. Giappichelli, Torino 1979.
[16] Einaudi, Torino 1990, ultima ediz. 1997.
[17] Giappichelli, Torino 1976.
[18] N. BOBBIO, Teoria generale della politica, a cura di M. Bovero, Einaudi, Torino 1999, p. 39.
[19] Rinvio alla mia Introduzione a N. BOBBIO, Teoria generale della politica, a cura di M. Bovero, Einaudi, Torino 1999, p. XLIII.
[20] In realtà, Ruiz Miguel ha ripreso questa formula da un saggio di Sergio Cotta: Bobbio, un positivista inquieto, in U. SCARPELLI (a cura di), La teoria generale del diritto. Problemi e tendenze attuali. Studi dedicati a Norberto Bobbio, Edizioni di Comunità, Milano 1983, pp. 41-55.
[21] Cfr. Teoria generale della politica cit., p. 199.
[22] M. BOVERO, Introduzione a N. BOBBIO, Teoria generale della politica cit., p. XXIII.
[23] Indico soltanto alcuni titoli: Politica e cultura (1955); Quale socialismo? (1976); Le ideologie e il potere in crisi (1981); Il futuro della democrazia (1984); L’utopia capovolta (1990); Una guerra giusta? (1991); Destra e sinistra (1994); Tra due repubbliche (1996); Verso la seconda repubblica (1997).
[24] Italia civile fu pubblicato in prima edizione nel 1964. Gli altri libri della serie cui alludevo sono: Maestri e compagni (1984); Italia fedele (1986); La mia Italia (2000).
[25] N. BOBBIO, Italia civile, seconda ediz. Passigli, Firenze 1986, pp. 11-12.
[26] Ivi, p. 5.
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