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Vincenzo Gioberti.
Dal liberalismo eclettico alla democrazia moderna

Marcello Mustè
Articolo pubblicato nella sezione "Libertà e democrazia nella cultura politico-giuridica italiana tra ’700 e ’800"

1. Un liberalismo eclettico

Pubblicato nel 1843 per l’editore Méline di Bruxelles (poi ristampato in una quantità innumerevole di edizioni), il libro Del primato morale e civile degli Italiani rappresentò il vero esordio di Gioberti nel dibattito politico nazionale. Il successo dell’opera fu immediato e per molti versi inatteso, tale da sorprendere lo stesso autore, che in effetti aveva progettato, intorno all’estate del 1842, «un’operetta di non molte pagine» (Gioberti 1927-1936, vol. 4, p. 121) dedicata alla figura del Papa: «operetta» che, nel giro di pochi mesi, crebbe in maniera incontrollata, caricandosi di temi e suggestioni non previsti. Dal gennaio, quando Méline avviò la stampa del volume, fino al maggio, quando la stesura venne completata, la scrittura procedette parallelamente all’allestimento tipografico, pagina dopo pagina. Questo fatto, attestato dall’epistolario giobertiano, può aiutare a comprendere lo stile disarmonico e a tratti indigesto del libro, che non nacque da un disegno lineare e opportunamente meditato, ma dalla successiva stratificazione e inserzione di motivi diversi, che via via si unirono al piano originario. In primo luogo spiccava il principio del «primato» italiano, che derivava dalla precedente ricerca filosofica (se ne trovano cenni già nei frammenti del 1820 e del 1821, con riferimento a Leibniz e a Vico) e che discendeva dalla teoria metafisica dei «primi» e dalla definizione del rapporto tra religione e civiltà moderna: un principio che nell’opera del 1843 riceveva tuttavia uno svolgimento inedito, attraverso quel metodo dell’«archeologia politica della nazione» (Gioberti 1919, vol. 1, p. 187), della ricerca sull’archaios, sull’antico, che permetteva all’autore di evidenziare la grandezza nazionale e le ragioni della sua attuale decadenza. A questo sfondo metafisico si era aggiunta, intorno al 1840-1841, l’idea della confederazione dei quattro Stati, cioè il motivo federalista, che aveva notevoli precedenti nel pensiero politico italiano (da Filangieri a Luigi Angeloni, ben conosciuto e citato da Gioberti) e che permetteva di respingere la linea «unitaria» dei democratici. Infine, non prima dell’estate o dell’autunno del 1842, era comparso l’ultimo e più controverso tassello, quello relativo alla presidenza papale, che colpì maggiormente l’immaginazione dei lettori e che restò, negli anni successivi, il centro di revisioni, critiche e autocritiche.
Il libro del ’43 ebbe una efficacia straordinaria, per un lungo periodo e in ogni parte dell’Italia, anzi tutto perché definiva in maniera nitida l’impostazione moderata del problema nazionale, separandone l’ideologia tanto dall’integralismo cattolico (De Maistre, il primo Lamennais) e dal gallicanesimo tanto dalla posizione democratica di Mazzini e Ferrari. Il liberalismo moderato e cattolico trovava, attraverso le difficili e a volte ardite riflessioni consegnate a quel testo, uno spazio di autonomia e una identità abbastanza precisa. Era un libro senza dubbio di complicata e a volte complicatissima lettura, ma anche riducibile ad alcune proposte semplici e chiare, quali il primato italiano, la confederazione, la presidenza papale. Sotto il profilo del pensiero politico, vi emergeva un liberalismo eclettico, in parte allineato alle più avanzate esperienze europee e in parte no. La teoria della sovranità, per esempio, proveniva interamente dal terzo libro dell’Introduzione allo studio della filosofia, con la distinzione tra sovranità assoluta e sovranità «ministeriale», dunque con l’idea, sostanzialmente teocratica, della derivazione di ogni potere civile da un atto di investitura divina. Tuttavia la sensibilità liberale dell’autore, fortemente segnata dalla rivoluzione francese del luglio 1830, appariva nei passaggi più rilevanti dell’opera, anzi tutto nel principio della superiorità della morale e del diritto sulla sfera politica e utilitaria, che trovava accenti non meno intensi e persuasivi di quelli che, nella stessa epoca, caratterizzavano il «vero liberalismo» (come lo aveva definito) di Antonio Rosmini. La distinzione tra morale e politica aveva d’altronde conseguenze rilevanti per la stessa teoria del primato, in quanto permetteva di distinguere il primo ieratico della «nazione sacerdotale», cioè dell’Italia, dal primato «relativo» delle altre nazioni, configurando così il rapporto tra Italia ed Europa (e America) come una «circolazione» universale e lo stesso destino della nazione italiana come «decadenza», come potenza che, nella modernità, non era riuscita a tradursi in atto. Il carattere liberale della concezione giobertiana emergeva poi, in maniera più diretta, nella ferma rivendicazione del nesso tra Risorgimento e libertà (che presto separerà Gioberti dall’impostazione di Cesare Balbo, più centrata sul tema dell’indipendenza), quindi nella rivendicazione delle riforme civili all’interno di ciascuno Stato, a cominciare dall’eguaglianza giuridica e dalla libertà di stampa, con la difesa di ebrei e valdesi, con la condanna senza appello del razzismo e della «istituzione barbarica» (Gioberti 1919, vol. 2, pp. 223-224) della tortura e della pena di morte.
Il liberalismo del Primato può dunque essere definito eclettico per il contrasto evidente fra la teoria della sovranità, di chiara impronta teocratica, e le rivendicazioni civili che Gioberti pose alla radice del progetto confederale. L’ideale politico del 1843 era ancora modellato sullo schema della «formola ideale» (quel principio metafisico, definito nel 1840 nell’Introduzione allo studio della filosofia, per cui l’Ente crea gli esistenti e questi tornano, con atto concreativo, nell’Ente), quindi sui «due cicli generativi» che formano la costituzione mista, per cui, circolarmente, «il sovrano fa il popolo» e «il popolo diventa sovrano»: o, più precisamente, «il sovrano fa la democrazia» e «la democrazia, trasfigurandosi in aristocrazia, ritorna al sovrano, onde mosse» (Gioberti 1846, vol. 3, pp. 100-101). Un modello di costituzione mista che ancora non realizzava compiutamente quel «governo rappresentativo» che poco dopo (nei Prolegomeni e nell’Apologia) Gioberti teorizzerà, come si può verificare nelle pagine del Primato dedicate al Consiglio civile, un parlamento elettivo dotato di solo potere consultivo, dove i deputati sono eletti a vita. L’elemento moderno, liberale e borghese, della sua visione era surrogato nel principio del merito, dell’«eguaglianza naturale degl’individui di ogni specie» e della «diseguaglianza acquisita, mediante i meriti e i demeriti», con la correlativa condanna di ogni differenza derivante «dalla nascita, dalla sorte, dalla forza» (Gioberti 1919, vol. 2, p. 202).


2. La lunga autocritica

Finito di stampare nel maggio 1843 con una prima tiratura di 1.500 copie, il Primato conseguì un successo rapido e imprevisto. Malgrado gli ostacoli della censura, il divieto di smercio nello Stato pontificio e gli interdetti austriaci, l’opera ebbe una seconda e una terza edizione belga nel 1844, l’edizione di Capolago nel 1844 e la prima di Losanna nel 1845-1846. Soprattutto venne ristampato e diffuso, spesso in maniera incontrollata, in tutta la penisola, come per esempio nella città di Napoli, dove si distinsero le edizioni di Starita e del Vaglio. Era il libro del giorno e la sua fama superò i limiti temporali della prima epoca risorgimentale, legandosi in maniera indissolubile al nome di Gioberti, anche quando Gioberti, negli anni successivi, arrivò a congedarne i concetti fondamentali. Tutto il giobertismo degli anni Cinquanta, specie nell’area meridionale, rimase ancora ispirato dalle tesi del Primato e ben poco penetrò delle più audaci e innovative concezioni del Rinnovamento e delle opere postume, pubblicate per la prima volta da Giuseppe Massari tra il 1856 e il 1857.
La vicenda della diffusione del Primato, che fu ampia e importante, non coincide, tuttavia, con l’accoglienza che l’opera ricevette negli ambienti illuminati, la quale fu invece critica e tutt’altro che entusiasta. Sprezzanti arrivarono, come era prevedibile, le invettive dei democratici - di Mazzini, Guerrazzi, Brofferio e Niccolini, per citare i nomi più illustri - e, d’altro canto, dei cattolici integrali e retrivi. Ma altrettanto severe vennero le reazioni di amici e intellettuali moderati - come Mamiani o Santorre di Santarosa -, che non mancarono di osservare il silenzio sull’Austria e sulla corruzione ecclesiastica che circondava la corte di Gregorio XVI. Le critiche più rilevanti giunsero da Cesare Balbo, che scrisse le Speranze d’Italia dopo la lettura del Primato e le pubblicò nel 1844, e da Massimo D’Azeglio, che nel 1846, con l’opuscolo Degli ultimi casi di Romagna, parlò di quel problema dello Stato della Chiesa su cui Gioberti, per eccesso di cautela, aveva taciuto. Per tale verso, il Primato andò incontro a uno strano destino, che riguarda il pensiero giobertiano prima ancora dei suoi numerosi obiettori. Distribuita l’opera nel giugno, già tra l’agosto e l’ottobre l’autore stesso cominciò a definire il libro come «utopia», un semplice «quadro ideale», scritto per acquistare il «passaporto per la penisola», ma «senza speranza» alcuna di realizzazione (Gioberti 1927-1936, vol. 4, pp. 303-312, 330-335). L’autocritica iniziò subito e nei mesi successivi divenne sempre più radicale, fino a congedare del tutto il progetto di presidenza papale, ormai considerato «di malagevole o impossibile esecuzione» (Gioberti 1926, vol. 1, pp. 61-62). Il 15 settembre 1843 la revisione di giudizio uscì dalle corrispondenze epistolari e trovò espressione pubblica nella lunga Avvertenza premessa al trattatello Del Buono (Gioberti 1843, pp. III-CXX). Ma fu nel 1845, con la seconda edizione del Primato, che l’autocritica conseguì una piena maturità teorica, con la pubblicazione dei Prolegomeni, dove la proposta della presidenza papale era del tutto abbandonata e iniziava la polemica contro i gesuiti che avrebbe condotto, nel 1846-1847, ai cinque volumi del Gesuita moderno. Nei Prolegomeni, infatti, non solo la tesi dell’arbitrato papale era definita come «accidentale» e veniva ridotta a mero «accessorio» (ivi, vol. 2, pp. 208-224), ma la stessa linea federalista cominciava a essere concepita quale passaggio transitorio in vista dell’unità nazionale ed emergeva il principio dell’«aristocrazia ideale dell’ingegno» e della «opinione pubblica» quale fulcro della sovranità moderna (ivi, vol. 1, p. 54).
È facile osservare che, tra l’estate del 1843 e la metà del 1846, la riflessione politica di Gioberti aveva intrapreso quel percorso che, oltre il Primato, avrebbe condotto alle novità del Rinnovamento e delle opere postume. Con la morte di Gregorio XVI (1° giugno 1846) e l’ascesa al soglio pontificio di Pio IX (16 giugno 1846) le cose sembrarono cambiare in maniera abbastanza improvvisa. Con le prime riforme a Roma, l’«utopia» del Primato tornava attuale e anche il progetto di lega federale pareva riacquistare una inaspettata concretezza. Senza dubbio Gioberti in quel lasso di tempo, almeno fino all’allocuzione papale Non Semel del 29 aprile 1848, riscoprì i princìpi del libro del 1843 (la confederazione e la presidenza papale), dopo averli sostanzialmente abbandonati o largamente corrosi nel triennio precedente. Tuttavia la teorica del “primato” del 1846 non era più quella del 1843, troppe cose erano nel frattempo mutate. In primo luogo cambiava l’immagine del Papa, pur sempre chiamato al compito di una presidenza simbolica, perché la lunga polemica contro i gesuiti aveva scavato un solco tra il capo della Chiesa di Roma e la gerarchia ecclesiastica che lo circondava. In secondo luogo, la proposta della confederazione dei quattro Stati veniva bensì riproposta, ma in un senso diverso, come «il germe vivace e fecondo della perfetta unità futura», come primo passo verso «l’Italia dell’avvenire» (Gioberti 1848, p. LXIX). La lega politica, doganale e militare costituiva perciò una tappa intermedia, necessaria ma non definitiva, nel cammino che avrebbe dovuto condurre a uno Stato accentrato e pienamente unitario. Il federalismo, un tempo giustificato sul piano metafisico, diventava così «il tirocinio e per così dire il lastrico dell’unità» (ivi, p. 367); mentre l’unità politica - disse in un discorso - rappresentava il «termine ideale a cui dobbiamo aspirare, benché non ci sia permesso di seguirlo» (Gioberti 1851, vol. 2, p. 57).
Come si vede, le tesi del Primato venivano riproposte ma anche trasformate e cambiate di significato. D’altronde, la teoria che riposava alla base del nuovo programma non era più quella del 1843. Nell’Apologia, composta sotto l’impressione della «maravigliosa rivoluzione» (Gioberti 1848, p. 371; 1911-1912, vol. 1, p. 45) parigina del 1848, la dottrina istituzionale e politica era del tutto diversa rispetto al passato. Il «governo consultivo» diventava un vero e proprio «governo rappresentativo», fondato sul principio costituzionale dello «statuto civile» e sulla funzione elettiva del «parlamento nazionale», che si sarebbe riunito «con regolare vicenda in Genova, in Torino, in Milano e in Venezia», nell’attesa della nuova capitale del regno (Gioberti 1848, p. LXIX). Il fine di tutto l’ordinamento liberale (costituzionale e parlamentare) era ormai indicato nell’emancipazione del popolo e in una compiuta democrazia: «la democrazia - scriveva - predomina e ha natura di fine; e si accorda cogli altri due elementi [aristocrazia e monarchia del Pontefice], perché questi hanno valore di mezzi a lei ordinati» (ivi, p. 434). Parole impensabili nel Primato, che orientavano l’intera proposta politica nel senso dell’unità nazionale e della forma democratica.
Dopo il ritorno in Italia come deputato e la successiva esperienza di governo, la concezione democratica acquistò una fisionomia più nitida, anche se l’azione pratica - verso la proposta di assemblea costituente di Giuseppe Montanelli e, più tardi, con l’intervento militare in Toscana - non mancò di ambiguità ed errori di prospettiva. Gioberti si avvicinava al punto di vista democratico ma, sul terreno politico, cedeva alla tentazione (come nel proposito di riportare Pio IX a Roma) di leggere la realtà entro gli schemi che, sia pure revisionati, provenivano dal paradigma del Primato. Nei circa due anni che precedettero l’ultimo esilio parigino, la sua ideologia democratica si era tuttavia alimentata di due nuovi motivi, che giocarono un ruolo essenziale nella composizione del Rinnovamento: l’ostilità al municipalismo delle province italiane (si pensi, per questo, alle trattative per la lega doganale e per la lega politica tra il 1847 e il 1848) e la sempre più netta avversione all’élite moderata e aristocratica piemontese, che presto provocò l’urto insanabile con Cesare Balbo. La lotta contro il municipalismo e il conflitto con il gruppo intellettuale sabaudo contribuirono in misura sostanziale a formare le tesi più radicali degli ultimi scritti.


3. L’inversione del “Rinnovamento”: Europa, egemonia, senso comune

Nel libro Del rinnovamento civile d’Italia, pubblicato sul finire del 1851 (Gioberti morirà il 26 ottobre a Parigi), veniva dichiarata «la fine del Risorgimento italico», «dopo la pace di Milano e il ristauro del principato ecclesiastico» (Gioberti 1911-1912, vol. 1, p. 1). Conclusa l’epoca del «Risorgimento», iniziata con le riforme di Pio IX e con la sollevazione di Milano, si apriva una fase completamente nuova, denominata «Rinnovamento civile», che chiedeva una differente impostazione del problema nazionale e un quadro teorico fortemente modificato. Fausto Nicolini, nella Nota che chiude l’edizione laterziana del 1911-1912, parlò di una «continuazione», di un «complemento» e di una «errata-corrige del Primato» (ivi, vol. 3, p. 365): ma in verità si tratta di molto di più, di una autentica inversione rispetto alla linea fondamentale del Primato, che si lega alle novità filosofiche delle opere postume. Cambiano, in primo luogo, i termini essenziali della teoria politica. Al realismo ontologico e metafisico fissato nell’Introduzione allo studio della filosofia subentrava ora un realismo storico e politico che si richiamava, più che alla lezione di Platone o di Malebranche, al «triumvirato più insigne della scuola patria» (ivi, vol. 3, p. 86), cioè a Dante, Machiavelli e Sarpi; e più ancora alle «scoperte di Galileo e del Copernico» (ivi, vol. 1, p. 167), opposte a ogni forma di «mitologia politica» e a qualsiasi «ipostasi dell’assoluto» (a cominciare da quella hegeliana, qui esplicitamente richiamata). Il rovesciamento di prospettiva riguardava, in maniera altrettanto evidente, i cardini della proposta politica. Il progetto di presidenza papale era superato e reso oggetto di un’autocritica dissolvente, perché - spiegò - «bisogna procedere al rovescio», «purgar prima Roma, il Papa, il Cattolicismo, per abilitarli a essere italiani» (Gioberti 1910, p. 153): la riforma della Chiesa doveva precedere e non seguire la presenza nazionale del Papa. D’altro canto l’ipotesi confederale veniva decisamente surrogata dal principio della «centralità politica», cresciuto con la polemica contro il municipalismo: «se la confederazione - scriveva - si affaceva al tenore del Risorgimento, tanto sarebbe ora e poi fuori di proposito e pregiudiziale» (Gioberti 1911-1912, vol. 2, p. 338). Non una errata-corrige, dunque, ma una piena inversione dell’orizzonte teorico e politico del Primato, che sfociava nel modello di una democrazia con tinte radicali e giacobine, caratterizzata, per fare qualche esempio, dalla «leva di tutti i cittadini» (ivi, vol. 3, p. 260) e dal suffragio universale, al punto che «il voto universale è un modo di elezione applicabile a ogni maniera di uffici» (ivi, vol. 3, p. 44).
Al di là di singoli aspetti, teorici e pratici, l’inversione del paradigma del Primato interessava l’impianto generale della concezione politica di Gioberti, con particolare riferimento al rapporto fra il caso italiano e l’ordine europeo. Nell’opera del 1843 non mancava certo una attenzione per l’Europa e per il mondo, ma lo schema del primato nazionale implicava una dinamica endogena, nazionale, che dalla dialettica interna si proiettava, attraverso la figura simbolica del Papa, in una dimensione cosmopolitica. Qui, nel Rinnovamento, le cose andavano all’inverso. La «leva esterna», cioè il «rinnovamento» dell’intero contesto europeo, diventava «la base precipua della vera ragion di Stato nelle cose che si attengono alla politica generale» (ivi, vol. 1, p. 135), al punto che appariva «vano e impossibile [...] il voler salvare l’Italia senza l’Europa» (ivi, vol. 3, p. 200). L’intera teoria dell’egemonia trovava un fondamento solido in questo concetto dell’interdipendenza e la stessa critica a Cavour, il quale aveva innalzato «il municipio alla potenza nazionale» (ivi, vol. 2, p. 381), toccava esattamento questo aspetto. La riflessione di Gioberti si allargava al quadro europeo, lo presupponeva al movimento nazionale, e perciò culminava nel progetto di «ricomporre l’Europa» (ivi, vol. 2, p. 200). Come scrisse Luigi Salvatorelli, nel Rinnovamento Gioberti è diventato «un milite fervente dell’europeismo» e perciò «una delle più alte cime del pensiero politico italiano nel periodo del Risorgimento, e possiamo dire di quello europeo contemporaneo» (Salvatorelli 1975, pp. 292-293).
La precedenza assegnata all’interdipendenza e all’ordine europeo giustifica il rilievo che, nel libro del 1851, acquista il concetto di egemonia, «quella spezie di primato, di sopreminenza, di maggioranza, non legale né giuridica, propriamente parlando, ma di morale efficacia, che, fra molte province congeneri, unilingue e connazionali, l’una esercita sopra le altre» (Gioberti 1911-1912, vol. 2, p. 306). L’egemonia, scrisse, «è come un forte che non è in tua mano di ricusare» (ivi, vol. 2, p. 364). Nella lunga e complessa vicenda di questa formula (si veda Cospito 2021), che indica un indirizzo rilevante del realismo storico e politico, la riflessione di Gioberti occupa una posizione centrale, che non ha pari, almeno sotto il profilo teorico e filosofico, nell’intera letteratura politica europea del diciannovesimo secolo. Nel Rinnovamento arrivò a indicare il momento dell’iniziativa politica, in una complessa dialettica con la vecchia idea del «primato». Se questo, il «primato», stabiliva la premessa morale e la legittimità dell’uso della forza, solo l’egemonia poteva condensare l’efficacia realistica dell’azione e il carattere sovranazionale del processo rivoluzionario. Non a caso, l’errore del patriziato subalpino, dei Balbo e dei D’Azeglio, era consistito proprio nel rifiuto dell’egemonia e, di conseguenza, nel «ripudio dell’idea democratica» (Gioberti 1911-1912, vol. 2, pp. 45-46), nel modello di un liberalismo senza democrazia.
L’intera teoria della democrazia e dell’egemonia culmina nelle pagine del libro secondo dedicate alla dialettica della plebe e dell’ingegno. La stessa novità filosofica delle opere postume, con l’accentuazione del ruolo concreativo della riflessione soggettiva, trovava qui, nella ridefinizione dei concetti di popolo e di democrazia, il suo luogo d’origine. Infatti la plebe era subito connotata, con il lessico speculativo dell’Introduzione, come sfera dell’«intuito», o meglio come «sentimento» e spontaneità, in ogni caso come totalità del contenuto politico. Tuttavia la plebe, senza la guida egemonica dell’ingegno (delle élites intellettuali e politiche), è destinata a degradare nel «volgo» e nella «demagogia», trascinando la forma democratica in una disgregazione anarchica. Perciò nella meditazione dell’ultimo Gioberti la nozione di popolo era ridefinita nella dialettica inestricabile dei due momenti, dei semplici e dei gruppi dirigenti, ciascuno causa costitutiva dell’altro, impensabile senza il termine corrispettivo: né la plebe, infatti, può essere concepita come «popolo» senza la sintesi egemonica e unificatrice delle élites, né queste, le élites, possono trovare una materia di governo politico senza l’«intuizione» e il «sentimento» racchiusi nell’elemento plebeo. Tutti i concetti principali del Rinnovamento derivavano da questo circolo, che nell’insieme determinava il quadro della democrazia moderna: così la rappresentanza e il suffragio universale trovano una giustificazione nel legame che stringe insieme la maggioranza e l’ingegno, e persino la proposta politica del «connubio», cioè dell’alleanza tra democratici e conservatori, era sostenuta da Gioberti sulla base della necessità della sintesi fra il popolo e le sue espressioni dirigenti.
Il concetto che, nel quinto capitolo del libro primo, descriveva con precisione questa concezione della democrazia era quello di «senso comune» o «senso civile», che Gioberti riprendeva assai liberamente da Cicerone e mediava con le opere di Thomas Reid e dei filosofi scozzesi, considerandolo come «il vincolo che stringe insieme la moltitudine così nei popoli e nelle altre aggregazioni particolari come nel genere umano, e fa quasi di essa una persona unica» (ivi, vol. 1, p. 101). Nel «senso comune» si manifestava il volto dell’«opinione pubblica», «il senso del popolo», il risultato sempre in divenire di quel circolo dialettico fra plebe e ingegno, fra intuito e riflessione, fra semplici ed élites, fra tradizione storica e soggettività, che Gioberti, nell’ultima sua grande opera politica, considerò come la base imprescindibile della democrazia moderna.


Bibliografia

Gioberti V. (1927-1936), Epistolario, Edizione nazionale a cura di G. Gentile e G. Balsamo Crivelli, 11 volumi, Vallecchi, Firenze.
- (1926), Prolegomeni del Primato morale e civile degli Italiani, a cura di G. Balsamo Crivelli, 2 volumi, UTET, Torino.
- (1919), Del primato morale e civile degli Italiani, a cura di G. Balsamo Crivelli, 2 volumi, UTET.
- (1911-1912), Del rinnovamento civile d’Italia, a cura di F. Nicolini, 3 volumi, Laterza, Bari.
- (1910), La teorica della mente umana. Rosmini e i Rosminiani. La libertà cattolica, a cura di E. Solmi, Fratelli Bocca, Milano-Torino-Roma.
- (1851), Operette politiche, a cura di G. Massari, 2 volumi, Tipografia Elvetica-Libreria Patria, Capolago-Torino.
- (1848), Apologia del libro intitolato “Il gesuita moderno” con alcune considerazioni intorno al risorgimento italiano, Méline, Cans e Compagnia, Brusselle-Livorno.
- (1846), Introduzione allo studio della filosofia, prima edizione di Losanna fatta sulla seconda belgia, 3 volumi, S. Bonamici e Compagnia, Losanna.
- (1843), Del Buono, Méline, Cans e Compagnia, Brusselle.
Salvatorelli L. (1975), Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Einaudi, Torino.
Cospito G. (2021), Egemonia, il Mulino, Bologna.



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