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Toniolo: un confronto con Murri e Sturzo

Ernesto Preziosi
Articolo pubblicato nella sezione "Libertà e democrazia nella cultura politico-giuridica italiana tra ’700 e ’800"

In una conferenza del 1897, Giuseppe Toniolo offre un excursus circa i termini usati dai cattolici per indicare il loro programma sociale: «Il pubblico dapprima attribuì al programma dei cattolici (e pochi di questi invero l'accettarono) la nomea insidiosa di socialismo cattolico; in breve, per l'antitesi logica di queste due parole, «per la contraddizion che nol consente» (Inferno, Canto XXVII, 120), invertendo le parole, si parlò di cattolicismo sociale e anche di partito sociale cattolico; infine, perché meglio il motto e quasi direbbesi l'impresa di questa novella cavalleria rispondesse al suo proposito più determinato di non discutere e caldeggiare soltanto gli interessi sociali in genere, ma con preferenza quelli delle moltitudini inferiori, in nome dello spirito cristiano, una parte crescente di studiosi e operosi cattolici in più luoghi si compiacque d'intitolarsi della “democrazia cristiana”» (Toniolo 1947, p. 21).
Il tema è presente come è noto nel dibattito interno al Movimento cattolico negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento dove si utilizza anche l’espressione «democrazia cristiana», in un quadro in cui la Chiesa aveva avuto di fronte ai tempi di Pio IX una rappresentazione di democrazia di tipo totalitario ben diversa da quella liberale o rappresentativa (cfr. Azzaro - Pulvirenti 2019, in part. pp. 69-74).


Sul termine «democrazia cristiana»

Leone XIII nella Graves de Communi Re (1901) passa in rassegna le differenti denominazioni e rileva l'ambiguità presente nel nuovo termine introdotto inizialmente per distinguere la denominazione con «quelle di socialismo cristiano e di socialisti cristiani introdotte da alcuni» (Leone XIII 1901, p. 386; cfr. Acerbi 1991). Considerazione che trova un’eco nella riflessione di Toniolo che, ad esempio, «traducendo la proposizione enunciata al Congresso di Bruxelles usa il termine “partito” anziché quello più generico di “unione” usato dal Chiaudano» (Toniolo 1901, p. 206; Chiaudiano 1897).
Nel testo del 1897 Toniolo delinea il concetto di «democrazia cristiana» come teoria sociale e prepolitica, anche se con logiche proiezioni sulla progettualità politica. Il cuore della teoria è la definizione di democrazia, che elabora sulla base del concetto di «partecipazione al bene comune». Partecipazione che, senza escludere il ruolo dei singoli, fa perno a evitare i pericoli dell’atomismo sociale, sui corpi intermedi, sul lavoro e sul «peso partecipativo». Nei corpi intermedi infatti sono raccolti i singoli, in funzione del bene di tutti e a vantaggio delle fasce sociali più deboli. Da qui il grande equilibrio della definizione tonioliana richiamata, in cui «tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche» cooperano «proporzionalmente al bene comune», avendo come scopo principale l'agire a «prevalente vantaggio delle classi inferiori» (Toniolo 1947, p. 26). Con questa definizione della democrazia caratterizzata in senso «sociale» Toniolo prepara anche la futura azione politica dei cattolici. La sua reticenza sulle proiezioni politiche è certo dovuta anche al non expedit, ma non è soltanto tattica: risponde alla sua profonda convinzione del primato della società civile, e del protagonismo che essa è chiamata a esercitare, evitando di lasciarsi assorbire dalla funzione necessaria, ma pur sempre sussidiaria, dello Stato. Ed è anche a partire da queste acquisizioni che egli affronta la questione, dibattutissima nei primi anni del secolo, della «democrazia cristiana».
Si è parlato spesso di un carattere paternalistico delle soluzioni politico-sociali proposte da Toniolo, ma l'affermazione può essere valida solo in parte. Preme piuttosto evidenziare come a quei tempi fosse una scelta non da poco mettere la Chiesa di fronte a una responsabilità in ordine alle disuguaglianze presenti nella società, indicando il concetto di «bene comune» esteso agli uomini di qualunque condizione e classe, ponendo così i diseredati al centro di una riflessione e di una elaborazione di progetti e di proposte.
Il tentativo di Toniolo è quello di unire aspetti diversi, perché la democrazia cristiana possa essere accettata dalla Chiesa. Nel suo programma egli muove dai due significati storicamente attribuiti al termine « democrazia cristiana»: l’uno è «il fenomeno etico-sociale promosso da Leone XIII con la Rerum novarum e la Graves de communi re per attualizzare i doveri imposti ai cattolici» in conseguenza «della loro stessa scelta di fede » e per «promuovere l’armonia tra le classi e l’elevazione del quarto stato»; l’altro, che identifica il partito formatosi in Francia, Belgio e Italia per suscitare adesione «all’aspetto più propriamente politico» della democrazia. In tal modo, Toniolo - nota Pecorari - si adopera per «fondere in unità sincretica, per motivi anche irenici, il primo e il secondo significato dell’espressione “democrazia cristiana”, sulla base di un metodo che potrebbe essere definito “culturale”, perché considera l’ortoprassi politica come una manifestazione dell’impegno teoretico» (Pecorari 1977, pp. 53-54). È una considerazione interessante che fa comprendere come l’azione in Toniolo non scada in attivismo, in quanto è sempre connessa con una elaborazione culturale.
Nel suo scritto progettuale sulla democrazia cristiana, inoltre, si manifesta il «pathos con cui egli lega la teoria sociale al messaggio evangelico della predilezione di Dio per i poveri. Su questa base, il suo concetto di democrazia ha una dimensione qualificante nel vantaggio che, da un tale sistema, deve essere garantito alle classi sociali più deboli» (Sorrentino 2008, p. 19). Vi è, quindi, una ispirazione profondamente religiosa che coinvolge un’idea di servizio nella Chiesa e nella società.
L’essenza della democrazia, scrive Toniolo, «è determinata dal fine, e consiste nella cospirazione del pensiero e delle opere di tutti gli elementi e gradi sociali al bene comune e proporzionalmente al bene prevalente delle moltitudini più bisognose di tutela e soccorso sociale» (Toniolo 1947, p. 52). Ed aggiunge inoltre una sottolineatura circa il rapporto tra democrazia e assetto sociale: a una «virtuale democrazia, che riguarda il fine, può aggiungersi una completa democrazia riguardante il mezzo, cioè l’assetto organico delle forze sociali a quel fine convergenti. Ed è in questo senso, di uno speciale ordinamento della società e delle sue forze (piuttosto che nell’altro di finalità), che si crede dai più constatare tutta la democrazia, o la parte principale di essa, mentre non ne è che l’accessorio» (ivi, p. 53). Le parole suonano lontane nella loro formulazione, ma il pensiero di Toniolo è interessante e attuale: vi è una sostanza che non sempre coincide con la forma della democrazia - che pure ha il suo ruolo -, ma con il fine che si intende perseguire. Ed è questo che va messo in primo piano.
Per Toniolo quindi la democrazia, nelle sue varie versioni, si incarna necessariamente in un determinato regime o forma di governo. Essa va riconosciuta in quanto concetto etico-sociale, in quanto categoria prepolitica che rappresenta tutto ciò che, in vari modi, si fa per il bene comune: «Per meglio servire al bene comune dei cittadini», egli scrive «la costituzione fondamentale politica deve atteggiarsi alla costituzione sociale della nazione, ottemperando alle sue tradizioni e seguendone lo sviluppo storico successivo. Da qui il rispetto non solo delle private libertà civili, ma ancora di ampie autonomie locali, che lo Stato per il bene comune deve guarentire (sic) e integrare, non menomare e sopprimere» (Toniolo 1949, p. 178). Vi è quindi una articolazione che consente, in modalità diverse, a tutte le classi e le entità sociali di partecipare ai poteri dello Stato in modo da rappresentare e far valere proporzionalmente il bene di tutti. Le autonomie locali vanno riconosciute dallo Stato come realtà che integrano e garantiscono le funzioni.
Poco prima dell’uscita della Graves de communire di Leone XIII nel 1899, Toniolo scrive: «Noi vogliamo l’organizzazione graduale della società in associazioni professionali, autonome, generali e ufficiali. Lo Stato dovrebbe lasciare piena libertà e dare il riconoscimento giuridico alle Unioni professionali che sotto l’azione dell’iniziativa privata verranno formandosi» (Toniolo 1947, pp. 260-263). Per rendere possibile e concreta questa impostazione egli lavora intorno a un programma organico che copre i diversi ambiti dell’economia, della finanza, dell’istruzione, dei rapporti internazionali. Sono alcune delle idee intorno a cui nasce, negli anni a cavallo tra i due secoli, un vivace dibattito che anticipa e pone le premesse di quello che sarà l’impegno, anche politico, dei cattolici italiani.
Toniolo percepisce che vi saranno in proposito molteplici ostacoli: «Pur nelle difficoltà che l’epoca attuale presenta vi sono degli elementi che possono far ben sperare circa il positivo sviluppo del futuro». Sul ruolo delle autonomie locali territoriali si trova in sintonia con quanto va elaborando don Luigi Sturzo, mentre su altri argomenti il sacerdote di Caltagirone esprime alcune critiche alle posizioni del professore e si trova, in un primo momento, a condividere il sentire di Romolo Murri: i due sacerdoti avvertono di partecipare a quella che Sturzo, in una lettera del 1903 a Murri definisce: «Quella parte di movimento giovanile italiano che sente il bisogno di un profondo radicalismo» [L. Sturzo, Lettera a Romolo Murri (18 luglio1903), Bedeschi 1994, p. 214]. Per Lorenzo Bedeschi che, per così dire, «tiene» per Romolo Murri, le posizioni assunte anche in contrasto acritico del prete marchigiano da Sturzo rivelano uno «smaliziato pragmatismo» (ivi, p.78)


Il confronto tra Toniolo, Sturzo, Murri

Il tema considerato sarà oggetto, negli anni tra Otto e Novecento, di un confronto tra Toniolo, Romolo Murri e Luigi Sturzo. Un dibattito interessante che richiamo brevemente.
Sturzo entrò in contatto con Toniolo nel 1898. In una lettera, del 17 maggio 1898, scrive per avere consigli sulle problematiche dei lavoratori della terra che, nella sua Caltagirone, subiscono le vessazioni dei patti colonici. Dal tono della lettera si ricava la stima e la devozione del sacerdote siciliano per il professore pisano, di cui egli ha seguito più di una conferenza a Roma (Toniolo, Lettera cit. in Malgeri 1973, p. 99. Sturzo pensa in proposito ad avviare una cooperativa di lavoro fatta attraverso azioni possedute dagli stessi agricoltori, ma non ritiene sufficiente questa soluzione. Chiede pertanto un consiglio a Toniolo, che è fuori dalle controversie isolane).
Luigi Sturzo aveva avuto modo di conoscere Toniolo nel 1898 nella capitale per un incarico «giornalistico» affidatogli da Murri, in occasione di una conferenza romana di Toniolo (Sturzo si reca da Murri per consegnare l’articolo sulla conferenza tenuta dal professore Toniolo nella sede di via Montecatini il 15 maggio 1898). L’incarico ricevuto di fare la cronaca dell’intervento di Toniolo dimostra anche un rapporto di fiducia e di stima tra Murri e il giovane prete siciliano (Sturzo 1898, pp. 167-171).
Egli deve molto all’insegnamento di Toniolo, nella sua prima fase di formazione, in particolare sull’idea di democrazia cristiana; anche se Sturzo sarà capace di dare a quella impostazione teorica caratteristica di Toniolo una applicazione particolare di concretezza nel contesto della organizzazione sociale e politica in Sicilia. «Se noi guardiamo attentamente - ha scritto Gabriele De Rosa - come si sviluppò nell’isola il fenomeno della democrazia cristiana, rileviamo subito che esso usciva, per così dire, dal quadro dell’atmosfera della «Cultura sociale». Il fenomeno, in parole povere, non si illumina dei problemi speculativi, che tormentavano il Murri, sulla cultura religiosa, sul rapporto cultura e pensiero moderno e religione, e nemmeno si attardava tra le ombre e le luci della difficile sociologia di Toniolo. La democrazia cristiana acquistò in Sicilia una forza, un fuoco interno dall’acutezza della questione meridionale, con la quale essa venne a contatto» (De Rosa 1958, pp. XXV-XXVI).
Si profila in quella stagione un dibattito destinato a tenere campo a lungo e che ormai in maniera sempre più esplicita non riprenderà solo il pensiero sociale, ma il progetto stesso di una presenza politica dei cattolici.
Tra Luigi Sturzo e Romolo Murri esiste un legame di amicizia che nasce nel fecondo clima caratterizzato dal dibattito delle idee e dal proliferare di iniziative editoriali. Sturzo collabora a La cultura sociale (cfr. Siciliano 1898, p. 94). Si tratta di una pagina di amicizia cui non è estraneo Toniolo. Il professore, infatti, è interlocutore, anche a distanza, dei due sacerdoti, come risulta da numerose lettere (cfr. Bedeschi 1994, p. 163).
Dibattiti, conferenze, corrispondenze giornalistiche segnano l’intensa stagione di una prima aratura sociale del Paese da parte dei cattolici.


Le critiche di Murri a Toniolo

Il rapporto tra Toniolo e Murri presenta aspetti interessanti ed è destinato a divaricarsi: un confronto talvolta aspro, reso ancora più difficile dall’irrigidimento della gerarchia romana, tanto che «il Toniolo e il Murri cominciarono a muoversi in direzioni l’una centrifuga all’altra». In anni precedenti Murri si era avvicinato a Toniolo ricevendone tutela. Tanto che sulla nuova rivista Cultura sociale ospita testi del professore pisano. La rottura del legame avviene nei primi anni del Novecento, tra il 1901 e il 1903. Scrive Ardigò che Murri «non ne accetto più l’egemonia moderatrice e sempre più ostile all’autonomia politica dei cattolici non autorizzata e anzi disapprovata da Leone XIII. E fra i due fu polemica aperta» (Ardigò 1978, p. 23). Murri rompe con Toniolo per un duplice motivo: da un lato «l’autonomia politica dei cattolici democratici era», a suo avviso, «ormai una necessita e discendeva dal riconoscimento dello Stato italiano come la sola espressione storica e naturale in cui le parti sociali in conflitto potessero essere mediate e in cui le crescenti forze popolari, socialiste e cattoliche in specie, potessero far valere adeguatamente il loro peso nella direzione della vita pubblica». Inoltre, Romolo Murri ritiene che «solo così si poteva essere interpreti delle aspirazioni ideali e pratiche delle nuove leve più aperte del mondo cattolico» (ibidem).
Quest’ultima preoccupazione è per Murri prioritaria e non manca di segnalarlo in una memoria a Leone XIII scritta nell’ottobre 1902: la mancata autonomia del movimento democratico cristiano, infatti, cosi come la condotta di molti cattolici, che danno alla democrazia «l’aspetto di semplice carità e patronato»; in tal modo riescono ad «attrarre a sé, con una scelta a rovescio, i passivi e meno atti – ai quali poi fanno indubbiamente del bene –, ma perdono sempre i migliori, i più svegliati e operosi, i quali, anche quando ebbero dai nostri la prima educazione, passano poi ai socialisti con incredibile danno» (Secco Suardo 1967, p. 316).
Murri critica l’impostazione sociologica di Toniolo, che considera come frutto di una scienza deduttiva e astratta, tale da non risultare significativa per le fasi più mature del suo pensiero. Murri muove poi a Toniolo un’altra accusa, quella di volere «riportare la società al Medioevo».
A dividere Toniolo e Murri è anche la visione di democrazia, vista ancora con sospetto da larga parte della gerarchia ecclesiastica. Anche Toniolo ha studiato intorno al concetto di “democrazia” mantenendolo però all’interno di un modello, in linea con il magistero di Leone XIII. Il punto di fondo e il passaggio dalla dimensione caritativa alla visione che lo stesso Leone XIII aveva ribadito nella enciclica Graves de communi re (18 gennaio del 1901): «Non sia poi lecito di dare un senso politico alla democrazia cristiana. Perché, sebbene la parola democrazia, chi guardi alla etimologia e all’uso dei filosofi, serva a indicare una forma di governo popolare, tuttavia nel caso nostro, smesso ogni senso politico, non deve significare se non una benefica azione cristiana a favore del popolo» (Leone XIII 1901, pp. 385-386).
Mentre Murri, nel programma democratico cristiano, parla di «democrazia, perché si vuole l’ordinamento della società in forma popolare, promosso dal popolo con le sue forze e la sua organizzazione; cristiana, perché si mette a base di ogni diritto, a guida di tutto il movimento e a termine di ogni benessere civile, economico e politico la religione di Gesù Cristo» (Murri 1901, p.17).
Il dibattito vivace prende però a un certo punto una piega che porta a incrinare i rapporti di stima. Il giudizio di Murri su Toniolo assume nei primi anni del Novecento i toni di critica che investono la stessa attendibilità dell’impianto scientifico del professore pisano: «Non di studioso che indaga, ma di sacerdote che proclama e impone», scrive Murri in un famoso articolo del 1903, pubblicato su Cultura sociale. E aggiunge: «Quella rapida rassegna di dottrine che Toniolo astrae dalla vita, schematizza, allinea e riassume in un ciclo gigantesco e uniforme, non è storia» (ibidem). Una critica radicale, come si vede cui si assocerà con qualche diffidenza Luigi Sturzo.


Le riserve di Sturzo su una critica che “divide”

Quando, nel 1903, Romolo Murri polemizzerà apertamente con il professore pisano, Luigi Sturzo non condividerà la sua presa di posizione per la durezza degli accenti usati da Murri e perché quella posizione suscita divisioni nella Chiesa, mettendo in pericolo il processo di rinnovamento da lui stesso avviato. Sturzo distingue la sua posizione, anche se esprime una sua critica. Certo, Toniolo ha formulato una «troppo felice e romantica concezione dell’avvenire sociale cristiano», ha elaborato una concezione astratta di sociologia, si è limitato a una prospettiva etica e, più ancora, si è mostrato poco aderente nelle sue analisi alle condizioni reali del Paese e ai suoi cambiamenti. E questo perché, scrive due anni prima, «economia e politica hanno dei nessi, delle ripercussioni naturali, delle combinazioni sintetiche; ed è opera vana il volerne disgiungere e disgregare le relazioni e i rapporti» (Sturzo 1901, p. 152). In sostanza è possibile criticare Toniolo, sembra dire Sturzo, ma non nelle modalità scelte da Murri.
In una lettera del 18 luglio 1903 Luigi Sturzo scrive con franchezza a don Romolo: «Allora approvai il tuo atto, ma oggi, a pensarci, lo trovo così poco prudente non nella sostanza, ma nel modo che ne sento rammarico». Sturzo lamenta il fatto che Romolo Murri non abbia tenuto conto delle reazioni: «La impressione della tua lettera è stata enorme, da per tutto; non in noi giovani, in coloro che ti conosciamo e ti amiamo; ma in tutti i refrattari, i dubbiosi, i timidi, gli ortodossi, i bigotti del movimento che han creduto in buona o mala fede (ma i più in buona fede) che siamo di fronte a un caso doloroso per la Chiesa come quello di Gioberti e di Lamnais (sic). Tu comprendesti, e fu bene, e rispondesti bene» [L. Sturzo, Lettera a Romolo Murri (18 luglio 1903), Bedeschi 1994, pp. 215-216]. Ma quando Murri rincara la dose con l’articolo La psicologia di un dubbio (Murri 1903, pp. 177-180), Sturzo prende le distanze, quell’articolo è «buono a destare il fanatismo e l’ipocrisia dei malevoli, e uno sdegno non ingiustificato di coloro, e sono molti, che apprezzano l’opera intellettuale di Toniolo».
Luigi Sturzo precisa ancora il suo giudizio: «La tua vuol essere una critica, ma non è né spassionata, né obiettiva. Scientificamente io sono stato del tuo avviso sin dal 1900 [In realtà, si tratta di una imprecisione d’anno. Invece in La Cultura sociale (1o maggio 1901), pp. 150-152. Nell’articolo citato L. Sturzo criticava – come si è visto – l’astrattezza della sociologia di Toniolo, il suo limitarsi a una prospettiva etica, e più ancora, la poca aderenza alle condizioni reali del Paese e ai suoi cambiamenti] quando timidamente sulla «Cultura sociale» azzardai chiamare troppo felice e romantica la concezione dell’avvenire sociale cristiano di Toniolo; è una critica severa, che mette a pari merito e demerito, che esamina le tendenze da un punto di vista molto alto senza il pettegolezzo dell’io», rivendica il sacerdote siciliano.
Per lui, quindi, e possibile criticare Toniolo e potrebbe essere «giovevole», ma le considerazioni di Romolo Murri sono a «critica severa (...) al fatto personale» e, continua Toniolo, «per me è riprovevole; e l’impressione comune è disastrosa». Per Luigi Sturzo, si è trattato di «colpo di testa» che, scrive a Murri, «oltre che fare male a te personalmente, che verso noi hai la responsabilità di un passato e di un altro futuro, fa male a quella formazione lenta di coscienze nei seminaristi fra i giovani, che si deve al nostro peculiare lavoro; il quale se e sospettato di murrismo, se aspira a libertà e guardato di mal occhio, anzi attraversato addirittura da un’inquisizione nuova» (Bedeschi 1994, pp. 215-216).
Come non sottolineare la lucida previsione di una necessaria «formazione lenta di coscienze»? In conclusione, Luigi Sturzo rimprovera Romolo Murri: «Senza volerlo, ci hai fatto del male (è cruda l’espressione e me la perdoni)» (ibidem).
Luigi Sturzo non resterà dunque nella scia di Romolo Murri. Per questo, limiterà in quel periodo la sua attività al campo tecnico dell’organizzazione cooperativa e sindacale e a quello elettorale municipale (era già prosindaco e consigliere provinciale, oltre che consigliere generale dell’Associazione dei comuni italiani). Il dibattito sulla democrazia cristiana e in qualche misura parallelo alla esigenza di costituire un partito cristiano (cfr. Preziosi 2020). Progetto che non si realizzerà sotto il pontificato di Leone XIII così come durante il pontificato di papa Sarto, quando una simile prospettiva di organizzazione politica, sul modello del “Zentrum” tedesco (cfr. Vecchio 1987, pp. 19-43), verrà ritardata e ci si avvierà per la strada di una collaborazione con i liberali, attraverso deroghe date dai singoli vescovi diocesani.
Ciò avverrà, come è noto, in più riprese dal 1904 al 1913, quando si avrà il “Patto Gentiloni” (cfr. Formigoni 1988).
La rottura che avviene tra Murri e Toniolo ha conseguenze notevoli per il Movimento cattolico e creerà disagio nelle file della democrazia cristiana murriana. Ha sintetizzato Scoppola: I «democratici cristiani da tempo auspicavano un inserimento dei cattolici nella vita politica del Paese, ma pensavano a un inserimento di tipo diverso, sulla base del loro programma di rinnovamento sociale e non a rimorchio - per così dire - del liberalismo» (Scoppola 1977, pp. 103-121; 103-104). Dopo la rottura con Toniolo, Murri, come è noto, darà vita a Bologna nel 1905 a una Lega democratica nazionale. In qualche modo egli dà così continuità, attraverso una rottura, all’intuizione di un necessario impegno politico dei cattolici, anche se non più nelle forme immaginate da Toniolo quando si riferisce alla democrazia cristiana, e senza sacrificare «quel primato della riforma sociale che è l’ultimo ricettacolo dell’intransigenza nei confronti dello Stato liberale» (Ardigò 1978, p. 24).
Gabriele De Rosa, da parte sua, ha sostenuto che Toniolo «fu l’espressione di un dramma, il dramma dell’intransigenza cattolica che, messa a confronto con i nuovi compiti economici e sociali di uno Stato moderno, credette di poterli risolvere dilatando le responsabilità dirette dalla Chiesa» (De Rosa 1966, pp. 355 e ss.; Perini 1975, pp. 94-127). Una critica severa, in parte ingenerosa, che rivela però come il dibattito su cattolici e democrazia abbia radici lontane, porti a rotture e separazioni, anche se si potrebbe notare che allora avveniva fra esponenti di livello. Questo confronto avrà per così dire un’appendice negli anni Trenta.


Una riflessione postuma di Sturzo su Toniolo

Nel tracciare un ricordo di Giuseppe Toniolo a diciotto anni dalla sua scomparsa sulla rivista «Blackfriars», il sacerdote siciliano formula la seguente sintesi: «Esemplare nella vita privata, nella famiglia, nella cattedra, nell’apostolato; profonda la sua pietà, visibile lo sforzo di mantenersi padrone di sé stesso. La devozione verso la Santa Sede fu fatta di convinzione e di umiltà. Soffrì assai dell’incomprensione di molti e degli intrighi contro di lui; mai un lamento. La sua vita fu sempre modesta, dedita agli studi e alla meditazione» (Sturzo 1984, pp. 250-258).
Il saggio del 1936 è di notevole interesse non solo per i riconoscimenti del profilo umano. Sturzo ricorda come in Italia il nome di “democrazia cristiana” fosse apparso per la prima volta nel 1885 in un volume, Di un socialismo cristiano di padre C.M. Curci, anche se il merito di far entrare nell’uso corrente, qualche anno più tardi, l’espressione è da attribuirsi al belga A. Verhaegen.
In qualche modo, a consacrarla sarà Leone XIII parlando a degli operai francesi in pellegrinaggio a Roma, nel 1897, quando dira: «Io benedico la democrazia cristiana». Dello stesso anno è l’articolo di Toniolo sulla «Rivista internazionale di scienze sociali», intitolato Il concetto cristiano della democrazia, edito di lì a poco anche in Francia. Scrive ancora Sturzo: «Alla media dei cattolici francesi destano ancora qualche ricordo: La Tour du Pin, Leon Harmel, l’abbe Naudet, Loria... la Democrazia cristiana. Strano! Questo nome, che quarant’anni fa ci faceva palpitare pieni di speranze, e che destava tanto odio e risentimento nei buoni cattolici conservatori, questo nome oggi dice ben poco alla novella gioventù. È proprio così?... E, se è così, tornerà più a parlarsi di Democrazia cristiana?» (ivi, p. 250).
Nella visione di Sturzo, che scrive dall’esilio, l’importanza di Toniolo, anche a distanza di anni, sta nel fatto che il professore si presenta «fin dall’inizio della sua carriera come colui che tenta una sintesi fra le due scuole, superando gli elementi contraddittori e piazzandosi sopra il terreno sodo della concezione dell’uomo integrale. Le scuole, individualista, classica e neoclassica, fondavano l’economia sulla concezione dell’uomo individualmente preso, trascurando, più o meno, il suo carattere intrinsecamente sociale. Dall’altro lato, la scuola sociologica, quale si era venuta formando in Francia con il positivismo e in Germania con l’idealismo hegeliano, trascurava l’individuo o, meglio, assorbiva l’individuo nella società». Occorre, conclude Sturzo mostrando di aver assimilato la lezione di Toniolo, «ridare all’uomo il suo duplice e indissolubile carattere individuale e sociale e non perdere di vista o l’uno o l’altro di tali caratteri che formano una sintesi vivente. Come vivente, l’uomo e sintesi storica, ma come razionalità operante nella storia, anche a scopi economici, l’uomo è sintesi etica» (ivi, p. 254).
Luigi Sturzo, negli anni in cui fonda e anima l’esperienza del Partito Popolare, risente dei dibattiti sviluppati all’inizio del secolo in tema di rapporti tra cattolici e democrazia (Acerbi 1991, pp. 110 e ss.).
Sturzo nel ripensare, pochi anni prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, a quella lezione e visione dell’economia, che a suo avviso può essere definita come un’economia “etico-sociologico-storica”, ritiene anche che non sia utile aggiungervi l’aggettivo “cristiana”. È ormai maturo quell’atteggiamento di laicità che renderà pregevole, originale e, per certi versi, attuale e necessario il suo pensiero.
Scriverà Sturzo in proposito: «Tale aggettivo non si adatta all’economia come scienza, perché non c’è di fatto un’economia cristiana o una politica cristiana, come non c’è una storia cristiana o una sociologia cristiana. Il cristianesimo è essenzialmente una religione, che come tale informa l’etica e influisce nella vita storica, sociale, economica e culturale dei popoli, ma non può assumere il carattere di scienza come tale. Quando diciamo economia sociologica, intendiamo distinguerla da quella individualistica, e dicendo economia etica, intendiamo opporla a quella edonistica, e aggiungendo storica, intendiamo riferirla ai vari stadi del divenire umano. L’economia dei Paesi cristiani, storicamente guidata, è influenzata dal pensiero cristiano. Tale influenza non può essere che etica, cioè basantesi sui valori morali dell’uomo-cristiano» (Sturzo 1984, p. 254).
Sono solo alcuni richiami ad un dibattito che sta all’origine dell’impegno politico dei cattolici (cfr. Preziosi 2012; sul pensiero economico di Toniolo, Sorrentino 2021).
A Toniolo è essenzialmente estranea l’idea di partito in senso moderno, «sia per una fondamentale diffidenza di ordine teorico verso la categoria stessa di partito, sia per considerazioni di ordine contingente, riferite cioè alla specifica realtà italiana di fine Ottocento e alle lacerazioni determinate dalle modalità del processo unitario e dal successivo non expedit». Ciò non di meno Toniolo può essere considerato a pieno titolo in quella storia ideale del “cattolicesimo democratico” che nasce già in Francia nei primi decenni dell’ottocento «con gli abhés démocrates e che - al di là della particolare accezione che ha poi avuto nel Novecento in relazione ad un cattolicesimo politico “progressista”, socialmente avanzato e fermo difensore della legittima laicità dello Stato - ha poi trovato la sua legittimazione anche in successivi documenti della Chiesa, sia pure soltanto (secondo l’interpretazione più autorevole) con i radio-messaggi natalizi degli anni di guerra di Pio XII» (Campanini 2014, pp. 359-360).
Note tratte dal dibattito tra protagonisti di un Movimento cattolico che puntava sulla cultura per favorire la presenza dei cattolici nello stato unitario. Frammenti di una stagione lontana nel tempo che può essere utile rivisitare.


Bibliografia

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