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Dialoghi sul populismo

GIOVANNI BARBIERI
Articolo pubblicato nella sezione Tra le righe

Due studenti, Lucio e Claudia, preoccupati per il prossimo esame che dovranno sostenere, decidono di confrontarsi tra loro in merito alle questioni trattate nell’ambito del seminario sul populismo, su cui verterà parte dell’esame.


DIALOGO I

Claudia: Ciao Claudia, fra poco dovremo sostenere l’esame di Sociologia politica, e il professore ci interrogherà sicuramente anche sulla parte seminariale trattata, quella sul populismo per intenderci. Io a dire la verità molte cose non è che le abbia poi capite così a fondo, per cui... magari se sei disposta a confrontarci, qualcosa in più la chiarirò sicuramente.

Claudia: Volentieri; non ti aspettare certo da me chissà che, e uno scambio di idee è sicuramente utile anche a me… come si dice “l’unione fa la forza”, o almeno speriamolo.

Lucio: Beh, anzitutto è facile partire dal riconoscere come oggi si parli tanto di populismo, e tra l’altro in maniera alquanto negativa. Non di rado mi capita di ascoltare alla televisione o alla radio le dichiarazioni di alcuni fra i più autorevoli uomini politici, che, molto di frequente, attaccano questo o quel leader, come questa o quella forza politica, tacciandoli di essere populisti e, per questo, in qualche modo nocivi al benessere della vita sociale e politica del Paese in cui risiedono.
Se ho ben capito, questo rinnovato interesse per il populismo deriva dal crescente consenso oggi ottenuto dai cosiddetti partiti populisti, basti pensare a ciò che succede qui in Italia... al governo formato dalla Lega e dal MoVimento 5 Stelle. E, inoltre, è giusto offrirne una connotazione così negativa? Da quello che ha detto il docente, mi sembra di aver capito che gli studiosi che si sono confrontati con questo tema siano di tutt’altro avviso.

Claudia: Fammi riguardare un attimo gli appunti presi a lezione. Dunque, la crescente attenzione che il mondo della politica, i mezzi di comunicazione e, infine, gli studiosi, stanno dedicando al fenomeno del populismo deriva dal semplice fatto che se si prendono in considerazione le elezioni svoltesi fra il 2008 e il 2016, in Europa i cosiddetti partiti o movimenti populisti hanno raggiunto risultati superiori al 10% dei voti, e talora anche al 20%. Il populismo, inoltre, a quanto ho scritto, oggi è molto diffuso anche in alcune regioni dell’America Latina – come lo fu, del resto, in un non troppo distante passato – dove si sono instaurati regimi che alcuni definiscono populisti. Comunque, già a partire dagli anni Ottanta, in particolare grazie all’avvento della globalizzazione, forze e leader populisti iniziarono a guadagnare terreno e visibilità...

Lucio: Ma, vedo che sorridi!?

Claudia: Sì Lucio, scusami… ma devo confidarti una mia perplessità. Qualche insegnamento l’ho ormai seguito, e mi ha colpito il fatto che qualsiasi docente, prima o poi, tira in ballo la questione della globalizzazione. Hai presente i grandi misteri della storia, gli eventi che non hanno ancora trovato spiegazione e le teorie del complotto? Quasi sempre, e non so bene il perché, alla fine tutto viene ricondotto ai templari, alla loro “filosofia” e ai loro riti, nonché alla loro ricerca del santo Graal. Così, quando oggi si ricercano le origini o le cause di un determinato fenomeno sociale le si ritrovano sempre nella globalizzazione. Per carità, capisco che questa rappresenti qualcosa di estremamente importante, ma è possibile che sia alla base di tutto?

Lucio: Se quello che vuoi dire è che hai notato come alcuni studi utilizzino il concetto con troppa faciloneria e disinvoltura, ricorrendo ad esso nel momento in cui si trovano in difficoltà nello spiegare le cause di certi fenomeni, allora non posso che confidarti di essere d’accordo con te. Ma non hai per caso seguito il corso di Sociologia della globalizzazione o non ti hanno mai parlato delle tesi sostenute da Giddens, da Sassen, o da Beck?

Claudia: No; sai, fra tutto quello che devo studiare per prepararmi agli esami non mi resta poi molto tempo per altre letture impegnative. Ma qualcosa a loro riguardo ho letto nei manuali proposti da alcuni docenti.

Lucio: Beh, se non ricordo male, questi autori hanno messo in luce come, nel corso della storia, si verifichino delle giunture critiche che danno luogo a nuove epoche storiche, a nuove configurazioni relazionali – certamente non nettamente separate da ciò che le ha precedute –, che, tra l’altro, impongono l’adozione di nuovi “sguardi” interpretativi per potere essere comprese adeguatamente. E una di queste giunture critiche è rappresentata dalla globalizzazione, che, quindi, deve essere tenuta in massima considerazione nel momento in cui si affronta lo studio di ciò che accade nelle società contemporanee. Ma non voglio dilungarmi troppo su ciò, e vorrei tornare alla mia domanda iniziale riguardo al fatto che non si dovrebbe attribuire al populismo una connotazione negativa. Tu cosa hai capito?

Claudia: Da quello che ho capito io, un conto è l’uso del termine “populismo” nel linguaggio comune, un altro è il suo uso nel linguaggio specialistico della scienza e della sociologia politica. Nel linguaggio comune, e ancor di più, in quello della politica, il termine ha effettivamente una connotazione prettamente negativa, richiamando concetti quali irresponsabilità, improvvisazione, incompetenza, sconsideratezza, deriva autoritaria, e così via. In questo modo entra a pieno titolo nello scontro politico e sociale, in particolare quando si tenta di imporre ai propri avversari identità con caratteristiche negative. Anche su questo punto il professore ha aggiunto molto altro.

Lucio: Ma allora, secondo te, che cosa potrebbero fare le forze che sono accusate di essere populiste per evitare che ciò accada?

Claudia: Capisco questa tua domanda, ma forse deriva dal fatto che non sono stata troppo chiara. Fammi riguardare bene gli appunti… Dunque, qui ho scritto che occorre fare attenzione a non accavallare i due diversi usi del termine, quello comune e quello specialistico. In effetti, vi sono dei partiti e dei movimenti che possono essere qualificati, da un punto di vista scientifico, come populisti; ma ciò non sottende che essi posseggano quelle caratteristiche negative che l’uso comune del termine tenderebbe ad attribuirgli. In questo senso, e per rispondere alla tua domanda, vi sono alcune forze populiste, come ad es. il Front National o il MoVimento 5 Stelle, che hanno adottato una strategia discorsiva di riappropriazione positiva del termine, neutralizzandone così la valenza polemica; il termine populismo indica, infatti, ai loro occhi, l’essere espressione del popolo, e/o l’essere vicino al popolo, e/o il prendere in considerazione l’opinione del popolo, e/o l’essere democratici.

Lucio: Sì, mi ricordo che in televisione fecero vedere Beppe Grillo durante il suo Tsunami tour per la campagna elettorale del 2013 che inneggiava il pubblico a gridare “siamo tutti populisti”! Beh, se le cose stanno effettivamente così, io sono di sicuro un populista!

Claudia: Vedi? Vuol dire che una strategia di questo tipo produce i suoi effetti!

Lucio: E cosa puoi dirmi invece dell’uso del concetto nella scienza e nella sociologia politica? Ho letto qualche cosa sull’argomento, ma ti devo confessare di essere più disorientato di prima; c’è chi definisce il populismo in un modo e chi in un altro, chi lo riferisce alle forze politiche, chi ai leader, e chi perfino ai governi, insomma, mi sembra che la confusione regni sovrana.

Claudia: Ti capisco, e non hai tutti torti. La questione è sicuramente complessa e confusa. Del resto, come ha rimarcato il professore a lezione, prendere in considerazione tutto quanto è stato scritto, anche di recente, sul tema, è praticamente impossibile; dai miei appunti risulta che il numero di pubblicazioni riguardanti il populismo nel quadriennio 2010-2013 ammonta a ben 1.046 titoli, e che nel decennio precedente se ne contano 2.801. Ma è meglio rimandare tale questione, che è particolarmente delicata, a domani; ora rilassiamoci un poco.


DIALOGO II

Claudia: Da quanto ho capito, riprendendo quanto stavamo dicendo ieri, non è affatto semplice definire che cosa sia il populismo, vi è molta incertezza e prevale la pluralità di punti di vista. Devo però confessarti che su tale questione ho qualche dubbio pure io. Non è forse uno degli obiettivi principali delle scienze sociali ricercare quella precisione del linguaggio che è tipica delle scienze sperimentali? E da cosa deriverebbe quest’ambiguità? Non è forse vero che attraverso la costante discussione e il continuo confronto gli studiosi del populismo potrebbero arrivare a una definizione condivisa?

Lucio: Qui penso di poterti aiutare io. Anzitutto devi aver ben chiaro che nell’ambito delle scienze sociali il concetto di populismo non è il solo a soffrire di una certa ambiguità. Prendiamo ad esempio un altro concetto su cui tali scienze si sono interrogate fin dalle loro origini, quello di comunità, sul quale ho fatto la tesi per la mia laurea triennale. Sai quante definizioni ne sono state date?

Claudia: No Lucio, non ne ho la più pallida idea!

Lucio: Pensa che già a metà degli anni Cinquanta – né io né te eravamo nati – ne erano state contate oltre novanta! Per questo, poco tempo dopo qualche autore propose perfino di bandire l’uso del termine – come puoi ben intuire, senza alcun successo –; e la stessa cosa accade oggi alla parola populismo.

Claudia: Capisco! Vorrei però attirare la tua attenzione su un elemento che, a mio avviso, complica le cose. Conosci il nome di qualche formazione politica che ha al suo interno la parola populista?

Lucio: No, che io sappia.

Claudia: Infatti! Abbiamo partiti che si definiscono comunisti, altri socialisti, altri verdi. Abbiamo tutt’al più partiti popolari e/o partiti del popolo, ma mai nessuno che si sia definito populista, al di là del recupero positivo del termine di cui abbiamo parlato ieri. Sai dirmi che cosa implica questa considerazione?

Lucio: Beh, se non sbaglio a questo punto direi che il termine populismo è un’etichetta che gli scienziati sociali attribuiscono a determinati fenomeni che dovrebbero condividere fra loro certe caratteristiche comuni.
Secondo me, questa operazione di etichettamento o, per meglio dire, di classificazione dovrebbe essere piuttosto semplice. In fondo è come riordinare una cassettiera: in un cassetto metto i maglioni di lana, in un altro le camicie, e così via.

Claudia: E qui invece ti sbagli. E per comprenderlo immagina di essere uno dei primi studiosi di botanica. Nei tuoi viaggi inizi a imbatterti in piante dalle stesse caratteristiche finora sconosciute. Che cosa faresti?

Lucio: Gli darei un nome, magari il mio, e divulgherei la notizia di questa scoperta!

Claudia: Bene; e se poco tempo dopo scoprissi altre piante, anche queste fino ad allora ignote, che sono sotto numerosissimi aspetti, ma non in tutto, simili alle precedenti; cosa faresti? Le metteresti nella stessa classe di queste oppure no?

Lucio: Avrei molti dubbi su come comportarmi!

Claudia: E faresti bene. Pensa ora, di aver già classificato quattro specie di piante, ciascuna con caratteristiche proprie e distintive, che possiamo chiamare, usando nomi di fantasia, Pelmo, Rimba, Taca e Velosa. Nei tuoi viaggi ti imbatti in una nuova pianta, diversa dalle precedenti, che ha esattamente quaranta foglie romboidali rosse, e poi in Pelmi, Rimbe, Tache e Velose che hanno tutte quaranta foglie romboidali rosse. Ritieni che sarebbe possibile e utile creare una nuova classe, che non si sostituisce alle precedenti, in cui far rientrare tutte le piante con le quaranta foglie romboidali rosse? In questo senso un Pelmo con quaranta foglie romboidali rosse, ad es., rientrerebbe al contempo sia nei Pelmi sia nella nuova classe.

Lucio: Beh, sì, penso sia possibile, quanto poi utile proprio non lo so. Ma che c’entra tutto questo con il populismo?

Claudia: C’entra in quanto anzitutto la realtà, compresa quella dei partiti, è molto variegata e multiforme, per cui il punto di vista dello scienziato, la sua sensibilità, la sua formazione e il contesto culturale in cui è inserito influiranno, e non poco, sulla sua decisione di classificare un partito come populista o meno. E bisogna poi aggiungere che a questa difficoltà se ne aggiunge un’altra: i partiti possono essere non solo populisti, ma anche qualcosa di altro, ad es. di sinistra o di destra radicale, nazionalisti o etno-regionalisti, e così via; il populismo può essere così qualcosa che si aggiunge a qualcos’altro.

Lucio: Sì, inizio a capire, anche se non troppo. Ma mi sembra che tu stia eludendo il problema di fondo, che è quella delle differenti definizioni del fenomeno. Qui la confusione, tornando al tuo esempio di botanica, non è tanto nella perplessità di includere il Pelmo in una classe o nell’altra, ma nel fatto che alcuni lo considerano una pianta, altri un fiore, e altri ancora un frutto. Ma prima di continuare è meglio prendersi un caffè.


DIALOGO III

Lucio: Vedi, l’attribuire a un concetto un significato univoco non è sicuramente facile. Da un lato, uno stesso oggetto o fenomeno può essere visto da più prospettive, e proprio per questo ciò che si apre allo sguardo di un osservatore può essere in ombra allo sguardo di un altro.

Claudia: Sì, lo capisco. Ma il confronto fra queste diverse prospettive non consente di raggiungere una loro sintesi e una definizione condivisa del concetto?

Lucio: Sì, sicuramente la facilita, e ti devo dire che, a tale proposito, alcuni autori hanno proposto una definizione minima di populismo, tale cioè che possa essere accettata da tutti. Ma bisogna aggiungere che il significato attribuito a un concetto non è qualcosa di immutabile, anzi varia, sia nello spazio, sia, soprattutto, nel tempo; e ci si potrebbe divertire, allora, a ricostruire la storia del concetto di populismo.

Claudia: E rifarsi all’etimologia del termine non può essere utile?

Lucio: Sì, a qualcosa sicuramente serve, ma devi porre attenzione a non confondere il significato originario di un termine con il suo significato autentico.
Proprio per le difficoltà di cui abbiamo finora parlato, vi è chi ha messo in luce la “scivolosità” del concetto di populismo; chi ha evidenziato il “complesso di Cenerentola” cui potrebbero incorrere gli studiosi dell’argomento: quello, cioè, derivante dalla non perfetta corrispondenza tra il concetto elaborato e la realtà osservata; chi, infine, ha descritto il populismo come un oggetto anesatto, in quanto i contorni concettuali del termine sarebbero sfocati, e il voler fornire una sua precisa descrizione andrebbe così incontro ad un sicuro insuccesso.

Claudia: Ma al di là di tutto questo, il professore ci ha segnalato che vi sono delle definizioni per così dire mainstream che possono tornarci utili per districarci in tutta questa complessità e rigogliosità, e alle quali possiamo riferirci per formarci un’idea più chiara dell’oggetto di studio di cui stiamo parlando.
Queste sono in tutto tre; vuoi che le ricapitoli?

Lucio: Te ne sarei alquanto grato, perché quando se ne è parlato io ero assente!

Claudia: In una prima prospettiva, il populismo è inteso come uno stile politico o uno stile di comunicazione politica, qualcosa, dunque, che plasma la forma e il contenuto sia dei discorsi, sia, più in generale, del modo di proporsi nella scena politica. Il nucleo costitutivo di questo stile sarebbe formato da un repertorio di strumenti retorici basato sull’appello al popolo come fonte di legittimazione, ma che si richiama anche alla semplicità e alla spontaneità, all’irriverenza e alla rozzezza, all’antagonismo fra amici e nemici. Hai presente Trump?
In una seconda prospettiva, il populismo è inteso come una specifica strategia politica che mira a conquistare o conservare il potere, e che si basa su: leader personalistici; il supporto di un ampio numero di seguaci, in maggioranza non organizzati; il contatto diretto, quasi personale, fra il leader e i seguaci.
In una terza prospettiva, infine, il populismo è inteso come un’ideologia che considera la società separata in due gruppi antagonisti, il “popolo puro” e l’“élite corrotta”, e che ritiene che la politica dovrebbe essere espressione della volontà generale del popolo. Come puoi notare, quest’ideologia si fonda su un nucleo ristretto di idee e non offre – a differenza delle tradizionali ideologie – una visione alternativa della realtà sociale. Per questo motivo è stata definita una thin-centered ideology, ed è stato osservato come essa denoti un’irresistibile tendenza a prendere in prestito i concetti e le idee di altre ideologie, o perfino a mescolarsi con esse.

Lucio: Dunque, se non sto fraintendendo ciò che hai appena detto riguardo a quest’ultima prospettiva, sarebbe corretto affermare che i pilastri dell’ideologia populista sono in tutto quattro? E che questi sono: l’esistenza di due gruppi omogenei – il popolo e l’élite –; la relazione antagonista fra questi due gruppi; l’idea della sovranità popolare; e una visione per così dire manichea, che promuove una valorizzazione positiva del popolo e una denigrazione dell’élite?

Claudia: Sì, le cose stanno proprio così.

Lucio: Ma fra le tre definizioni che ci sono state proposte, qual è la migliore?

Claudia: A quello che ho capito non c’è una definizione più corretta e una meno. Come tu stesso hai detto poco fa, si tratta di osservare uno stesso fenomeno da punti di vista diversi. L’importante è che, scelta una prospettiva, si proceda ad analizzare bene – ovvero senza distorsioni, ponendo la massima cura alla raccolta delle informazioni e cercando il modo migliore per elaborarle – gli oggetti ai quali abbiamo deciso di dedicare la nostra attenzione.

Lucio: Sì, ma il professore avrà pure una preferenza, così quando vado all’esame mi adeguo! Hai per l’appunto citato la “scelta di prospettiva”, per cui secondo te lui quale adotterebbe?

Claudia: Se devo proprio espormi, direi che la sua preferenza va per questa terza prospettiva.

Lucio: L’avevo intuito; eppure vi sono alcuni elementi della prima e della seconda definizione che a me sembrano più convincenti. Tu ieri hai citato due partiti che sono da tutti considerati populisti: il Front National e il MoVimento Cinque Stelle. Ebbene, se io guardo a questi partiti, noto come entrambi siano guidati da leader personalistici che pretendono di parlare in nome del popolo, che ricorrono a un linguaggio crudo e spesso volgare, che prediligono, infine, le forme di comunicazione diretta.

Claudia: E non ti sbagli. Però, come ha osservato il professore riferendosi al pensiero di alcuni autori, la leadership carismatica e la comunicazione diretta fra il leader e il popolo rappresentano delle caratteristiche che facilitano il populismo, piuttosto che definirlo. Infatti, oggigiorno quasi tutti i leader preferiscono adottare forme di comunicazione diretta che bypassano la mediazione partitica, utilizzare il linguaggio dell’uomo comune, focalizzare l’attenzione sulle qualità personali e carismatiche che li contraddistinguono; ma tutto ciò non è che un effetto dei processi di personalizzazione e di mediatizzazione della politica – ricordi a tale proposito le lezioni di Scienza della comunicazione? Lo stile politico populista sta dunque diventando una sorta di koinè per molti leader, al di là della loro differente collocazione all’interno dello spazio politico.
Del resto, uno stile e, ancora più, una strategia politica mi sembrano richiamare un’idea di provvisorietà, di mutevolezza – la possibilità, cioè, di cambiare, a seconda delle circostanze e abbastanza rapidamente, stile e/o strategia – che trovo poco calzante per descrivere il fenomeno del populismo.
Le caratteristiche che definiscono il populismo sono invece proprio le quattro che poco fa tu hai segnalato, e che lo connotano come un’ideologia debole che tende a “assemblarsi” ad altre ideologie.

Lucio: Forse ora riesco a comprendere meglio i tuoi precedenti riferimenti alla botanica. Nel paragone che tu hai implicitamente fatto – di questo si tratta, non è vero? – l’ideologia populista è rappresentata dalla pianta con quaranta foglie rosse, e i Pelmi, le Rimbe, le Tache e le Velose con quaranta foglie romboidali rosse rappresentano il mix tra l’ideologia populista e le altre ideologie. Avrò partiti e movimenti (ma anche leader o iniziative politiche) che si ispireranno all’ideologia populista, e che potrei definire come populisti puri, e avrò partiti e movimenti che si ispireranno alle varie combinazioni fra l’ideologia populista e le altre ideologie, e che potrei definire, a seconda della combinazione, e come tu stessa hai già suggerito, populisti di sinistra o destra radicale, populisti etno-regionalisti, etc.

Claudia: Sì, la penso proprio così.

Lucio: Ma non potevi dirmi tutto ciò in maniera più populista, ovvero chiara e diretta?

Claudia: Sai, hai proprio ragione. Ma dalle tue reazioni mi sembra di poter dedurre che, in fondo, i miei esempi non siano stati del tutto fuorvianti.


DIALOGO IV

Claudia: Lucio, ho riflettuto a lungo su ciò che ci siamo detti, ma ho ancora diversi dubbi e forse il parlarne con te mi potrebbe aiutare a chiarirli.

Lucio: Per quello che posso! Dimmi pure.

Claudia: Analizzare il populismo e i partiti populisti da un punto di vista scientifico, evitando di etichettarli fin da subito negativamente, non significa in qualche modo “prendere sul serio” tali partiti e le rivendicazioni che essi avanzano?

Lucio: Sì, direi proprio di sì. E a tale proposito mi sovviene alla memoria un aneddoto sulla Lega Nord. Poco dopo il suo esordio, questo partito stava attirando l’attenzione su di sé grazie al rapido successo elettorale che stava riscuotendo in tutto il Nord Italia, e ci si chiedeva dunque che cosa fosse questo strano “animale politico”. Ebbene, molti uomini politici e giornalisti dell’epoca pensavano che rappresentasse un fenomeno del tutto effimero, e che non valeva la pena occuparsene. Uno dei più noti conduttori di un’importante talk show televisivo, invece, adottò un approccio del tutto diverso; occorreva mostrare ciò che era la Lega, i suoi raduni, i suoi aderenti: qualcosa di folkloristico, ridicolo, e, per l’appunto che non poteva essere “preso sul serio” – con l’unico risultato di conferirgli maggiore visibilità e di far conoscere le sue rivendicazioni e proposte al grande pubblico!

Claudia: Per cui, da tutto questo, e dati anche i quattro elementi definitori dell’ideologia populista, non si potrebbe dedurre che i partiti populisti sorgono e prosperano nei Paesi che sono dominati da élite corrotte?

Lucio: Sì, anche io sono arrivato alle stesse conclusioni. Ma a mio avviso vanno fatte alcune precisazioni. A tale proposito, mi sovvengono alcune cose che lessi nel manuale di Scienza politica quando preparai l’esame: alcuni anni fa, vi fu chi indicò nella “rivolta delle élite” uno dei principali fenomeni che caratterizza le società contemporanee. Secondo questo punto di vista, oggigiorno le élite mostrerebbero un’irremovibile tendenza ad attribuire il successo raggiunto unicamente ai propri meriti e talenti e sarebbero, inoltre, sempre più individualiste; per questo sarebbero ormai completamente disancorate sia dal passato sia dalla comunità alla quale appartengono, nei confronti dei quali non proverebbero più alcun obbligo. È una tesi forte, non trovi? Da quando l’ho letta mi è rimasta impressa nella memoria!
Il professore ha tenuto però a rimarcare come la presenza di un’élite che, e lo sottolineo, è considerata “corrotta” – in senso ampio, ovvero come non responsiva rispetto alle richieste del popolo – da alcune forze e da alcuni settori della popolazione non è condizione sufficiente né per l’emergere né per il successo dei partiti populisti. Questi si basano anche su altri fattori, sui quali la letteratura si è soffermata ampiamente, fornendo spiegazioni a volte parziali, a volte non escludentesi l’una con l’altra, e spesso prive di evidenze empiriche!

Claudia: Insomma, ancora una volta la confusione regna sovrana! Fammi ricordare: alcune di queste spiegazioni, se non sbaglio, pongono l’attenzione sulle cause specificamente nazionali; si ritiene, così, che la nascita e il successo dei partiti populisti dipenda essenzialmente da ciò che accade all’interno di un contesto nazionale.

Lucio: E non è forse vero? Tu stessa hai accennato alla diffusione del populismo in differenti contesti geografici – l’Europa e l’America Latina –, come anche a partiti – quali il Front National e il MoVimento Cinque Stelle – la cui fondazione risale ad anni differenti; e scommetto che, con poca fatica, riusciremmo a trovare altri esempi riferiti ad altre aree e ad epoche più lontane. Sarei dunque molto tentato di dedurne che, alla fine, valga la pena di porsi sulle tracce dei fattori che, all’interno di ogni singolo contesto, facilitano l’emergere del populismo.

Claudia: Certo, però, come hai sottolineato poco fa, l’una spiegazione non esclude necessariamente l’altra, il che vuol dire che soffermarsi esclusivamente sulle specifiche cause nazionali non permette di cogliere che, accanto a queste, possono intervenire altri tipi di cause, che trascendono o che accomunano i singoli contesti nazionali. Detto in altri termini, è forse un caso che in determinati momenti storici, come l’attuale, in molti Paesi si assista a una contemporanea crescita del consenso elettorale espresso verso i partiti populisti? Non sarebbe forse opportuno analizzare la situazione nel suo insieme, in maniera comparata, soffermandosi soprattutto sugli elementi che in tutti i Paesi possono favorire o ostacolare il successo di tali partiti?

Lucio: Sicuramente! Il che vuol dire ricorrere ad altri tipi di spiegazioni. Al seminario si è parlato di tre gruppi di spiegazione, ma io mi ricordo solo il primo, che si concentra sulle regole istituzionali che strutturano la competizione partitica: il tipo di sistema elettorale, le soglie elettorali, l’ampiezza e il tipo di collegio, le eventuali norme di accesso al ballottaggio, e così via. A quanto pare, i risultati delle analisi che sono ricorse a tali spiegazioni sono piuttosto contrastanti.

Claudia: Sì, tutto giusto, ma a me era sembrato se ne fosse parlato a proposito dei partiti di nicchia e non di quelli populisti.

Lucio: Vero! Però, negli appunti che ho preso è scritto che non è scorretto estendere tali considerazioni ai partiti populisti, che sono sicuramente partiti non-mainstream, e, almeno in una fase iniziale, anche partiti di nicchia. Però non ho scritto nulla sugli altri gruppi di spiegazioni!

Claudia: Se non ricordo male, il secondo gruppo si focalizza sull’offerta politica, ovvero sulle strategie dei partiti – sia populisti sia mainstream – e dei loro leader – anche in questo caso i risultati ottenuti non sono sempre concordanti. Sono stati così presi in considerazione la convergenza ideologica fra i partiti maggiori, la formazione di grandi coalizioni, la responsività dei partiti al governo, la loro capacità di appropriarsi delle issues promosse dai partiti populisti; ma anche la credibilità di questi ultimi, la loro organizzazione e la loro leadership.

Lucio: Un po’ come fosse un incontro di boxe, in cui si valutano i pugili in base alle loro caratteristiche, tattiche e strategie!

Claudia: Sì, è un po’ così.

Lucio: E il terzo gruppo?

Claudia: Il terzo, a differenza di quello appena visto, si sofferma sulla domanda politica, ovvero sugli atteggiamenti, le opinioni e i valori degli elettori. Negli ultimi anni sono stati pubblicati diversi studi di carattere empirico, dedicati soprattutto ai partiti populisti della destra radicale, che si sono sviluppati in questa direzione. La tesi generale di tali studi è che i processi di globalizzazione e denazionalizzazione emersi negli anni ottanta abbiano trasformato il significato dei due cleavages – economico e culturale – che strutturano il sistema politico dei Paesi occidentali, così come anche la loro salienza.

Lucio: Vedi, qui torna la mia iniziale riflessione sull’importanza della globalizzazione!

Claudia: Hai ragione, è proprio così!
Tale tesi si declina, in realtà, in varie versioni, ma, per facilitare la nostra comprensione, il professore ha sintetizzato i suoi punti essenziali, che penso di aver trascritto fedelmente.
Il processo di globalizzazione avrebbe generato un nuovo conflitto strutturale, quello fra i “vincitori” e i “perdenti” della globalizzazione, che rimarrebbe comunque ancorato a uno spazio politico bidimensionale. Ma, come ho appena detto, il significato e la salienza di queste due dimensioni o cleavage si sarebbero modificati. Infatti, il tradizionale cleavage di classe si sarebbe trasformato in un più ampio cleavage stato-mercato, mentre il tradizionale cleavage religioso in un nuovo conflitto culturale basato sull’opposizione fra i valori libertari-universalistici e quelli tradizionali-comunitari; fra le due dimensioni è sicuramente quest’ultima ad aver acquisito, oggi, la maggiore salienza.
Ora, secondo questa interpretazione, una parte notevole dell’elettorato, quella, in altri termini, formata dai “perdenti” della globalizzazione, si collocherebbe sul polo valoriale tradizionale-comunitario; essa, cioè, esprimerebbe preoccupazioni comuni rispetto ai flussi immigratori, alla perdita di identità, all’erosione della comunità, e rappresenterebbe, di conseguenza, un potenziale per la mobilitazione politica dei partiti populisti radicali della destra.

Lucio: Devo dire che è una tesi sicuramente affascinante, anche perché mi sembra recuperi una tradizione di pensiero che risale a Rokkan, che, a quanto ci è stato detto durante una lezione, va annoverato fra i “grandi” studiosi della politica.

Claudia: Lo confermo; e, nel caso che tu sia intenzionato a leggere qualche sua opera, ti consiglio di farlo con la dovuta cura e attenzione: ho letto un suo articolo, e non è stato di immediata comprensione.

Lucio: Però questa tesi si sofferma solo su un determinato periodo di tempo, ed è dunque limitata!

Claudia: Sì, si concentra sul cosiddetto neopopulismo, ma ciò non vuol dire che sia limitata, da un punto di vista cognitivo. Anzi, sono proprio le ricerche che non si pongono dei limiti o che non li dichiarano quelle di cui si deve diffidare. Poi, come tu stesso hai detto, fra i tre gruppi di spiegazioni non vi è mutua esclusività, e la ricerca scientifica, del resto, è qualcosa in continuo progresso.
Ma ora divaghiamoci un poco, e se abbiamo ancora qualche curiosità sul populismo possiamo cercare di chiarircela domani.


DIALOGO V

Claudia: Lucio, effettivamente una grande curiosità ce l’ho, è come un tarlo che si è messo all’opera poco dopo che abbiamo iniziato a dialogare!

Lucio: Beh, allora sarà il caso che tu la faccia uscir fuori!

Claudia: Bene. Se occorre prendere sul serio il populismo, occorrerà anche riconoscere come la sua diagnosi molte volte colga nel segno. Cerco di spiegarmi meglio. Penso sia sostanzialmente vero che in alcuni Paesi le élite siano molto poco responsive nei confronti delle domande dei cittadini, o che, detto in termini populisti, non esprimano in alcun modo la volontà generale del popolo. Dato che hai citato la globalizzazione, mi vengono in mente le élite politiche e i tecnocrati dell’Unione Europea, attenti solo a far quadrare i bilanci e freddi e distanti; ma anche, nel nostro contesto, la “casta” di politici che gode di pensioni d’oro, viaggia in auto blu, ha privilegi a dismisura, per non parlare poi dei numerosissimi casi di corruzione in cui è implicata e che scoppiano ininterrottamente dal Nord al Sud.
Sbaglio nel dire che, in simili contesti, la partecipazione del popolo al processo decisionale è troppo ristretta? E nel sostenere che si è affermato o un tipo di democrazia i cui tratti elitisti sono fin troppo accentuati o, al contrario, un tipo di democrazia meramente formale e procedurale?

Lucio: No, non sbagli, e penso di intuire dove vuoi arrivare.

Claudia: Se tutto ciò è vero, non è anche vero che il populismo sorge proprio per contrastare queste tendenze, per ridare voce al popolo, ovvero per rivitalizzare la democrazia consentendo una maggiore partecipazione ai cittadini? Perché se è così, allora questa volta tocca a me dichiarare che anch’io, in fondo, sono una populista.

Lucio: Vedi, hai toccato un punto nevralgico della questione. E, per usare le tue parole, si tratta di un tarlo che ha fatto riflettere e sta ancora facendo riflettere molti studiosi – il che sta a indicare, ancora una volta, la complessità del tema e la pluralità delle interpretazioni che ne derivano.
Da quanto posso osservare, mi sembra che nei Paesi democratici i partiti populisti tendano effettivamente a promuovere una democrazia di tipo partecipativo, in quanto favoriscono la più ampia partecipazione dei cittadini ai processi decisionali attraverso l’introduzione e/o l’implementazione di vari “strumenti” istituzionali, quali il referendum, la recall election (ovvero la votazione attraverso la quale si può rimuovere un politico dalla sua carica prima che questi abbia concluso il suo mandato), l’iniziativa legislativa da parte dei cittadini, il sistema maggioritario, e così via.
Devo però a questo punto richiamare la tua attenzione su un aspetto della questione che assume una particolare importanza.

Claudia: E sarebbe?

Lucio: Sarebbe che alcuni studiosi hanno mostrato come la concezione partecipativa di democrazia si declini in due differenti versioni, quella repubblicana e quella comunitaria. Sinteticamente, si può dire che per la prima la partecipazione politica consisterebbe in un continuo processo deliberativo sulle questioni più rilevanti, in particolare quelle riguardanti il bene comune, che si realizza all’interno delle regole esistenti; essa è inoltre concepita come un dovere dei cittadini. Per la seconda, invece, la partecipazione rappresenta il principale diritto dei cittadini, ai quali è attribuita la capacità di controllare le regole e di decidere su esse. Essa enfatizza l’importanza dell’inclusione di tutti i membri della comunità sociale nella comunità politica; di conseguenza, la partecipazione è vista come uno strumento per definire il bene comune, se non perfino lo stesso bene comune. Inoltre, spesso la partecipazione è considerata più importante del mantenimento delle istituzioni rappresentative.

Claudia: Sì, sono tutte cose che abbiamo affrontato a Scienza della politica, me le ricordo abbastanza bene anche io. Ma cosa c’entra tutto questo con il populismo?

Lucio: Aspetta, fammi finire il ragionamento, e forse tutto ti apparirà più chiaro!
La concezione comunitaria di democrazia non è internamente congruente – e, in effetti, si declina, a sua volta, in versioni più o meno moderate. Da un lato, promuove la partecipazione ad ogni livello della vita sociale, e di conseguenza mostra simpatia nei confronti delle forme associative; dall’altro, nel sostenere una forma di partecipazione diretta e immediata, talvolta guarda con sospetto a quelle stesse associazioni, accusate di essere mere rappresentanti di interessi specifici. In un approccio radicale, questa concezione arriva perfino a non attribuire più alcun valore alle istituzioni rappresentative! – ma non sto qui che riportandoti, come già sottolineato, cose dette da altri.
Ora, non credi che alcune caratteristiche (sia definitorie sia facilitanti) del populismo possano condurlo verso forme di democrazia comunitaria dai tratti sostanzialmente anti-liberali, e magari anche verso un approdo autoritario?

Claudia: Beh, non lo escluderei di certo. Ma ciò non vorrebbe dunque dire, dato tutto ciò che poco fa è emerso, che il populismo ha una doppia faccia?

Lucio: Sì, hai colto proprio nel segno! Ed è allora necessario fornire alcuni cenni sul lato oscuro del populismo.
Prendiamo come esempio uno dei suoi tratti definitori: la concezione monolitica del popolo come un’unità omogenea. A ben guardare, questa concezione favorisce l’emergere di processi di marginalizzazione dei gruppi che non sono considerati far parte del popolo (minoranze etniche, immigrati, etc.), oltre al rigetto delle opinioni di chi dissente dalla maggioranza; ciò conduce a un’erosione del pluralismo e della deliberazione. Del resto, prendere alla lettera il principio del “governo del popolo” comporta l’impossibilità di mantenere il sistema liberale di pesi e contrappesi.

Claudia: Ora che mi ci fai riflettere io aggiungerei che concepire il popolo come un’entità omogenea implica anche che la volontà del popolo sia intesa come qualcosa di trasparente, di immediatamente accessibile a quei leader carismatici che hanno la capacità di porsi in ascolto della voce del popolo. Ma non ti pare che il più delle volte questi leader tendono a ridurre il potere e le prerogative sia dei partiti politici sia di altre organizzazioni o agenzie? Essi credono, infatti, che tali organizzazioni creino delle divisione artificiali all’interno del popolo e corrompano il legame che si instaura fra il leader e i suoi supporters.

Lucio: Sì, la pensi proprio come me. Vi è poi un’altra considerazione da fare in merito al fatto che la thin-centered ideology del populismo tende ad assemblarsi ad altre ideologie più “forti”. Ebbene, quali sono le caratteristiche di queste altre ideologie, e qual è il risultato di questo assemblaggio? Quando, ad esempio, il populismo si mescola all’etno-nazionalismo, esso acquisisce all’instante dei tratti autoritari: la xenofobia anti-immigrati prevale sul discorso anti-elitista e le richieste di democratizzazione diventano secondarie, se non decorative, mentre l’appello alla difesa dell’identità di gruppo ottiene una maggiore rilevanza – ma anche qui non sto che riassumendo le riflessioni elaborate da alcuni autori.
Per sintetizzare, direi dunque che il populismo da un lato, e specie ai suoi esordi, promuove quella che è stata definita una visione redentrice della democrazia; esso, cioè, rappresenta una sorta di antidoto che, come tu hai segnalato, aiuta la democrazia a rivitalizzarsi promuovendo le misure più appropriate per ampliare la partecipazione politica e per ridurre la distanza fra le élite e il popolo. Dall’altro però, esso arriva spesso a prediligere una forma radicale di democrazia comunitaria e, di conseguenza, ad assumere una configurazione anti-liberale, qualche volta anche anti-sistemica.

Claudia: Penso di aver capito, ma ti confesso che questo seminario e le nostre discussioni non mi stanno dando molte certezze. Se dovessi riassumere il tutto, direi che il concetto di populismo può essere inteso principalmente in tre diversi modi, nessuno dei quali è più “corretto” o “giusto” degli altri. Che, se si adotta la prospettiva ideologica, il prodotto dell’assemblaggio fra la thin-centered ideology del populismo e le altre ideologie è del tutto cangiante. Che si possono dare, in linea generale, quattro spiegazioni del fenomeno, e che, anche questa volta, non ce n’è una più “vera” delle altre e non si escludono inoltre fra loro. Che, infine, il populismo può promuovere una democrazia partecipativa, spesso però in una connotazione anti-liberale, e che a volte può anche dirigersi verso un approdo autoritario. Insomma, tutto e il contrario di tutto!

Lucio: Sono perfettamente d’accordo con te, e credo che dobbiamo essere anche contenti di tutto ciò. In fondo, non è compito dei nostri docenti di darci certezze, ma di farci riflettere e dubitare. E se, in futuro, ci formeremo delle idee e delle opinioni diverse dalle loro, non potremo che essere soddisfatti dell’esito sia dei loro insegnamenti sia di questi dialoghi.



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