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Teoria dei giochi e femminismo liberal in Jean Hampton

MARTINA MARRAS
Articolo pubblicato nella sezione “Ragioni per la democrazia: uguaglianza, rispetto, differenza”

In che modo la teoria dei giochi può essere utile al femminismo? Esiste un possibile dialogo fra mondi apparentemente così distanti? In questo breve paper cercherò di mostrare il legame che unisce il femminismo e i giochi cooperativi, passando per la prospettiva contrattualistica della filosofa statunitense Jean Hampton. L’obiettivo è indicare, attraverso il dilemma del prigioniero e il chicken game, i rischi della cooperazione non ricambiata, nonché i benefici connessi a essa, qualora si escluda la possibilità di diventare una facile preda per l’altro. Giocano un ruolo fondamentale il contractarian test, proposto e argomentato dalla pensatrice nel saggio del 1992, Feminist Contractarianism, e il concetto di valore di sé come elemento essenziale della contrattazione orientata alla salvaguardia dei diritti della persona.


1. Il dilemma del prigioniero e i rischi della cooperazione

Per un prigioniero che rischia di essere condannato a cinque anni di reclusione, sarebbe più conveniente provare a collaborare con il suo complice, confidando nel fatto che anch’egli faccia altrettanto per avere uno sconto di pena, oppure tradirlo, sperando di non essere incriminato a propria volta? È questo, come è ben noto, l’interrogativo del prisoner’s dilemma, il dilemma del prigioniero, presentato per la prima volta negli anni ’50 da Albert William Tucker, durante un seminario organizzato dall’Università di Stanford e che non è il caso di ripercorrere qui nelle sue specificità. È dunque sufficiente, ai fini di questo lavoro, trarre dalla sua struttura argomentativa alcune riflessioni. Come mostra la matrice sottostante, i contendenti, nel gioco di Tucker, possono adottare solo due strategie:


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Tuttavia, poiché ai prigionieri non è concesso di accordarsi, nessuno dei due potrà prevedere le mosse dell’altro. Ad ogni modo, anche se potessero comunicare e concordare una strategia, che garanzie avrebbero, al momento di rendere la confessione, del fatto che l’alleato/avversario decida di rispettare il patto? Il dilemma del prigioniero, osservato sotto questa lente, rappresenta lo stato di natura delle relazioni umane e, se usato come paradigma dei rapporti interpersonali, può avere molto da dire su comportamenti razionali, strategie e cooperazione. «Clearly - scrive Tucker - for each man the pure strategy “confess” dominates the pure strategy “not confess”. Hence, there is a unique equilibrium point given by the two pure strategies “confess”» (Tucker 1983, p. 228); ma, a un’attenta analisi del gioco, che non si basi solo sul puro calcolo strategico, non sembra così scontato e univoco che la scelta razionale, ovvero tradire il complice, sia la più produttiva. Se è vero, da un lato, che la strategia secondo la quale entrambi confessano (cioè quella del “confessare-confessare”) permette di evitare la pena massima, dall’altro essa condanna entrambi i giocatori a ben tre anni di prigione. Può essere questo un buon risultato per un criminale?
Al di là della poca eticità del gioco che ci chiede di vestire i panni di due malviventi che sperano solo di non essere puniti per i crimini commessi, se assumiamo come obiettivo strategico la possibilità di passare in carcere il minor tempo possibile, possiamo notare che la matrice del dilemma del prigioniero offre un risultato ancor più preferibile, dato dalla strategia “non tradire-non tradire”. È difficile stabilire se tra malviventi che non conoscono il peso delle regole e non sentono (forse) verso di esse alcuna responsabilità, ci sia spazio per la cooperazione. Ma certamente, se i giocatori decidessero di collaborare fra loro riuscirebbero a ottenere un risultato migliore per entrambi, che viene categoricamente escluso se assumiamo la prospettiva della strategia razionale tradire-tradire. Se entrambi i prigionieri decidessero di non danneggiare il proprio complice, evidentemente nella speranza di avvantaggiare se stessi o quanto meno di non essere penalizzati eccessivamente delle scelte dell’altro, si limiterebbero a trascorrere al massimo un solo anno in prigione. Tuttavia questa mossa non può essere considerata razionale poiché non è indipendente dall’azione dell’altro.
Pur avendo evidenziato i vantaggi della cooperazione, è necessario a questo punto soffermarsi su un’ulteriore considerazione - la più importante nel nostro discorso. Se, in termini di vantaggio personale, la collaborazione fra pari dovrebbe apparire più desiderabile del tradimento in quanto garantisce una pena più leggera, ancora più appetibile, per un giocatore auto-interessato, dovrebbe essere la scelta di non cooperare (tradire), quando l’altro coopera (non tradisce). In questo caso chi si avvantaggia della cooperazione dell’altro, non ripagando la collaborazione ricevuta, riuscirebbe a evitare completamente il carcere a discapito del suo socio che sarebbe in questo caso condannato alla massima pena detentiva. Il rischio della cooperazione è, quindi, evidente: chi è disposto a collaborare, non conoscendo le mosse dell’altro, rischia di diventare la sua preda.
Il dilemma del prigioniero evidenzia, in maniera chiara, quanto la cooperazione non ricambiata comporti dei rischi considerevoli per chi opta per essa senza certezza che gli altri siano disposti e interessati a fare altrettanto. Tuttavia, è proprio a partire dai paradigmi dei giochi competitivi, di cui il dilemma del prigioniero rappresenta solo un esempio, che è possibile giungere a delineare una forma di “cooperazione ragionevole”, dalla quale traggano vantaggio entrambi i giocatori, senza correre alcun rischio.


2. Jean Hampton e la teoria dei giochi

Nell’opera giovanile Hobbes and the Social Contract Tradition è proprio Jean Hampton a fare riferimento alla teoria dei giochi, utilizzando il paradigma del chicken game (gioco del pollo, o forse, più propriamente in italiano, gioco del coniglio per indicare il poco coraggio di chi perde) nelle pagine dedicate al problema della battaglia fra i sessi. In questo caso i due giocatori si sfidano in una piuttosto pericolosa gara di corsa in auto su una pista che termina in un dirupo. Sarà condannato alla nomea di chicken, di codardo, il giocatore che deciderà, per mancanza di coraggio, di sterzare per primo. Il vincitore sarà colui che invece, impavido, si avvicinerà tanto più al dirupo, come mostra la matrice del gioco:


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Il peso del rischio, in questo gioco, è ancora più evidente, dato il fatto che i giocatori che decidessero di osare troppo potrebbero addirittura perdere la vita (chi sarebbe il ‘pollo’, non solo nell’accezione inglese di ‘codardo’, ma anche in quella italiana di ‘fesso’, e chi il vincente in questo caso è una domanda che richiederebbe un ulteriore approfondimento. Certo è che ‘pollo’ non è solo colui che ha paura, ma anche colui che è semplicemente disposto a ‘farsi fregare’). La condizione ottimale, per chi spera di ottenere rispetto dal gruppo del quale vuole essere il capo, è che il suo avversario decida di sterzare un attimo prima di lui, e quindi schiacciare il pedale del freno per non precipitare nel dirupo, mostrando così di aver provato paura per primo. Il chicken game è un sfida competitiva giocata sul filo del rasoio, dove forza e prepotenza sono considerate virtù. Di norma, per trovare la soluzione del gioco dovremmo calcolare l’equilibrio di Nash, in modo da isolare la migliore strategia, ovvero quella razionale, tale per cui nessun giocatore, a partita terminata, senta di aver fatto la mossa sbagliata. Tanto nel dilemma del prigioniero, quanto, e forse maggiormente, nel chicken game, risulta evidente il fatto che perseguire esclusivamente l’interesse personale può risultare più dannoso che cooperare. Mentre nel caso del dilemma del prigioniero non cooperare porta i prigionieri a trascorrere in carcere due anni in più; nel caso del gioco del pollo l’incapacità di ‘collaborare’ - sebbene in questo caso il concetto di cooperazione risulti un po’ più sfumato - può condurre fino alla perdita della vita. Ancora una volta, ad ogni modo, la scelta più vantaggiosa, da un’ottica squisitamente egoistica, sarebbe quella di sfruttare la disposizione cooperativa dell’avversario per trarne il maggior beneficio personale.
Riflettendo sulla logica del gioco del pollo, Hampton suggerisce che, sebbene i giocatori siano auto-interessati e motivati entrambi dalla voglia di vincere, dopo aver percorso un certo tratto di strada diventa razionale per entrambi sterzare, perché evitare lo schianto, quando la probabilità di morire è alta, è più importante del disonore che deriva dal perdere: «It is rational for each person not to hold out after a certain point in these situation» (Hampton 1986, p. 157); ci sarebbe, come nota la filosofa, una sorta di linea immaginaria oltre la quale l’interesse personale non può ragionevolmente spingersi. Ed è proprio in virtù dell’esistenza di questo confine ipotetico che la cooperazione può diventare una possibilità allettante.
Nel mondo reale, come non è difficile immaginare, ci sono persone disposte a rischiare la vita per non essere etichettate come codarde o peggio: «games of chicken sometimes end up with both drivers dead» (ibidem), nota Hampton. Ma questo, come sostiene la filosofa, non può essere considerato razionale (e il fatto che i giocatori siano razionali è un requisito, per quanto problematico, del quale la teoria dei giochi non può fare a meno). Tuttavia, poiché le riflessioni della filosofa statunitense si indirizzano alla vita reale e, in particolare, alle relazioni private, è necessario pensare a uno strumento che impedisca alle persone - e specialmente alle donne, in una prospettiva femminista - di farsi preda dell’altro, cioè di sfuggire ai rischi della cooperazione non ricambiata.


3. Il meccanismo della scelta razionale e l’etica del rispetto di sé

Hampton sviluppa più compiutamente l’argomento qualche anno più tardi, nel 1992, nel saggio Feminist Contractarianism. In questo breve scritto la pensatrice elabora l’idea del cosiddetto contractarian test, il test contrattualistico, ovvero un meccanismo capace di analizzare le relazioni private per mettere in evidenza il loro grado di ingiustizia ed, eventualmente, correggerle rispettando il principio di equità e l’idea per la quale nessun individuo deve essere sfruttato. La formazione liberal-contrattualistica di Hampton la porta a considerare le relazioni private secondo il paradigma del contratto, per cui il suo invito alle donne è quello di pesare i costi e i benefici delle relazioni affettive, secondo il metro dell’equità fornito proprio dal contractarian test. L’obiettivo non è certamente quello di spartire ugualmente oneri e benefici, anche perché - in quanto ci stiamo riferendo a relazioni private, affettive - il peso dei sentimenti renderebbe tale obiettivo quasi impossibile, se non sostanzialmente utopico. Ma certamente è possibile, e anche necessario, correggere gli squilibri evidenti generati da un eccesso di senso del dovere che soprattutto le donne sentono su se stesse, rafforzato, secondo Hampton da posizioni tendenti a ribadire l’importanza, per le donne, delle azioni tese alla cura dell’altro (Cfr. Gilligan 1988). La critica di Hampton nei riguardi della presunta voce morale femminile dell’etica della cura è piuttosto decisa. Gli esiti delle ricerche condotte su bambini e giovani donne portano la psicologa Carole Gilligan ad affermare che le donne mostrano una propensione alla cura dell’altro, che sembra essere strettamente connessa alla loro natura femminile. Pensare alla cura come a una caratteristica intrinseca, tuttavia, come nota Hampton, può essere molto dannoso per le donne stesse. È la natura femminile, la voce etica delle donne, che spinge le ragazze ad abbandonare brillanti carriere, a rinunciare a qualsiasi ambizione, a mettere da parte anni di studio e formazione per scegliere, alla soglia dei trent’anni, di sposarsi e occuparsi dei figli? Hampton rigetta completamente tale possibilità. Certe scelte femminili, che la filosofa definisce non autentiche (cfr. Hampton 2007b), non sarebbero determinate dall’ascoltare la propria voce morale, bensì dalla necessità di conformarsi alle pretese sociali di genere che sono palesemente diverse per uomini e donne e pesantemente discriminanti nei confronti di queste ultime. Sarebbe pertanto necessario, specialmente per le donne, trovare il giusto compromesso fra dovere familiare e rispetto di sé, estendendo il concetto di giustizia (intesa come equità, evidentemente) anche alle relazioni private, contrariamente a quanto una lunga tradizione, riconducibile ad Aristotele, ha sempre sostenuto, ovvero che le relazioni private non hanno bisogno di giustizia.
La questione è, quindi, comprendere in che modo la giustizia possa essere portata all’interno delle relazioni affettive, grazie all’utilizzo del metodo contrattualistico. Affinché il contractarian test funzioni, spiega Hampton, è necessario che le parti (due partner, ad esempio), pensati come i possibili contraenti di un accordo, siano consapevoli del proprio valore intrinseco. In un certo modo Hampton sembra supporre che, quando si utilizza il contractarian test, le persone diventino decisori pienamente razionali, molto simili agli individui rappresentativi della posizione originaria di John Rawls. Le parti sono in grado quindi, grazie all’uso di tali strumenti ipotetici, di compiere una scelta razionale e orientata al proprio bene, senza danneggiare gli altri. Il valore di sé e il rispetto della dignità individuale, concetti sui quali la filosofa concentra con particolare enfasi la sua attenzione, vengono salvaguardati dalla stipula di un contratto equo. Pensando, in senso kantiano, a persone dotate del medesimo valore, libere e uguali nella loro essenza, si comprende facilmente per quale ragione nessun individuo dovrebbe essere subordinato al volere (o peggio, alla prepotenza) di un altro. Del resto, solo un misconoscimento del valore della persona permette che la cura diventi una forma più o meno celata di schiavitù per chi crede di essere nata per servire: «“caring” actions - scrive Hampton - are generated out of the assumption that the agent is worth less than (and hence the servant of) the people she serves» (Hampton 2007a, p. 6). La cura, a cui le donne sembrano essere destinate e che ha creato una forma di asservimento socialmente accettato, salvo rare eccezioni dove è necessario escludere la reciprocità (per esempio nel caso della relazione genitore-infante), non dovrebbe mai essere unilaterale. Tuttavia quello che si osserva nella prassi quotidiana è che le donne sono quasi sempre preda dei loro affetti (Cfr. Hampton 2007b, p. 39 e sgg.). Se decidessimo di leggere le relazioni private sotto la lente del paradigma del prigioniero potremmo dire, con buona probabilità, che la strategia dominante femminile sarebbe quella cooperativa, a vantaggio esclusivo dell’altro giocatore. Servendosi di una serie di casi pratici, Hampton mostra come le donne siano costantemente disposte ad accettare un maggiore carico di lavoro, in ambito privato, rinunciando più facilmente ai propri desideri e aspettative, a vantaggio della realizzazione degli interessi dei propri compagni. Cooperano, possiamo dire, affinché l’altro raggiunga il risultato voluto, a discapito di se stesse (cfr. Hampton 2007a e Hampton 2007b).


4. Giochi ripetuti, cooperazione ragionevole e contratto

Nel 1980 il politologo Robert Axelrod organizzò un torneo computerizzato di teoria dei giochi all’Università del Michigan, basato sulla ripetizione del dilemma del prigioniero per mostrare come, a lungo termine, la soluzione cooperativa risultasse quella vincente. Il meccanismo è quello semplicistico del “pan per focaccia” (la terminologia è quella usata da Tom Siegfried; cfr. Siegfried 2010). Quello che venne osservato era che, tendenzialmente, il giocatore a cui spettava la prima mossa (giocatore uno) preferiva iniziare la sua partita adottando una strategia di tipo cooperativo. A questo punto, la mossa del secondo giocatore diventava fondamentale. Talvolta, la prima scelta cooperativa era in grado di influenzare positivamente l’intera partita. Ma quando il giocatore due non optava, a sua volta, per la cooperazione, al turno successivo il giocatore uno poteva avere la sua rivalsa decidendo di punirlo (o semplicemente di rendergli “pan per focaccia”, appunto) scegliendo il tradimento a discapito della cooperazione e così via dicendo. Tuttavia, poiché alcune defezioni potevano essere considerate come degli ‘errori’, la strategia vendicativa veniva ogni tanto alternata da quella definita del “pan per focaccia generoso”. Il giocatore, pur essendo stato tradito dal suo complice, decideva comunque, ogni tanto di cooperare, a suo “rischio e pericolo”.
Se pensassimo all’attuale iniqua condizione femminile come al risultato di un gioco ripetuto, potremmo osservare che quella del “pan per focaccia generoso” è la strategia adottata maggiormente. Le donne, infatti, si comportano quasi sempre come complici leali, pur sapendo che il loro partner le tradirà decidendo di non cooperare e assicurandosi così una migliore realizzazione dei propri interessi. Probabilmente, usando la parole di Hampton, questo accade perché le donne sono socialmente indotte alla cura e pongono per questo gli altri sempre al primo posto, non sapendo dare a se stesse il medesimo valore. Le donne, sostiene Hampton, tendono a percepire se stesse come individui di seconda scelta, nati per servire e dediti, per natura, alla cura degli altri (e mai di se stesse).
Per uscire dall’impasse dello sfruttamento è necessario, quindi, fare ricorso a uno strumento capace di indicare la strategia razionale, che tuttavia non si fermi al semplice calcolo utilitaristico, al puro equilibrio di Nash, ma che lo condisca del valore dell’affetto e della necessità della cura nelle relazioni private. Il contratto è l’unico strumento capace di regolare la cooperazione a vantaggio di ciascuno, ed è questo il motivo per cui è necessario pensare a un suo utilizzo anche nelle relazioni intime. «I want to argue - scrive Hampton - that we should apply a version of contractarian test to the relationship by asking: “Given the fact that we are in this relationship, could both of us reasonably accept the distribution of costs and benefits (that is, the costs and benefits that are not themselves side effects of any affective or duty-based tie between us) if were the subject of an informed, unforced agreement in which we think of ourselves as motivated solely by self-interest?”» (Hampton 2007a, p. 21).
Ovviamente, non è possibile prescindere dalle peculiarità date dall’ambito di applicazione. Viene presto sottolineato come la richiesta di giustizia nelle relazioni affettive non possa essere ridotta a un semplice appello all’uguaglianza tout court (Hampton 2007a, p.22), ovvero alla mera divisione in parti uguali di oneri e benefici: «One cannot distribuite the pain that a parent feels when her teenage child gets into trouble, the happiness felt by someone because of the accomplishments to her friend, the suffering of a women because of the illness of a parent. But one can distribuite the burdens of caring for an infant» (Hampton 2007a, p.21).
Nel regno dell’affetto non tutto può essere precisamente distribuito in parti uguali, tuttavia, e di questo Hampton è pienamente convinta, solo adottando una prospettiva contrattualistica tendente all’equità possiamo avere giustizia anche nelle relazioni private: «Moreover, even if our relationships are subject to the demands of justice, most of them are not undertaken in order to realize justice. A person doesn’t become a parent so that she can be just toward her children. None of us fosters a friendship with another out of a concern to be fair» (Hampton 2007a, p. 37).


Riferimenti bibliografici

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