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Bentham e la democrazia totale

PAOLA RUDAN
Articolo pubblicato nella sezione “Ragioni per la democrazia: uguaglianza, rispetto, differenza”

Parlare di Bentham e democrazia significa inserirsi in un dibattito ormai secolare, avviato all’inizio del ‘900 da L. Stephen ed É. Halévy e tutt’ora in corso (Stephen 1900; Halévy 1901-1904). Le letture a lungo più accreditate convergono nel ritenere la Rivoluzione francese – e in particolare il biennio 1792-1793, con i massacri di settembre e la condanna a morte di La Rochefoucauld – come un punto di svolta, che avrebbe spinto Bentham a prendere le distanze dalle aperture democratiche presenti negli scritti costituzionali che egli redige per la Francia tra il 1788 e il 1789. In anni più recenti, l’avanzamento del lavoro di trascrizione dei manoscritti benthamiani ha permesso di mettere in discussione quelle stesse aperture, relativizzando il loro significato rispetto a un più generale conservatorismo che Bentham avrebbe abbandonato solo all’inizio del XIX secolo, in seguito all’incontro con James Mill e alla «scoperta» del sinister interest, ovvero della fondamentale corruttibilità dei funzionari di governo (Mack 1962; Everett 1966 Dinwiddy 1975; Burns 1993; Schofield 2006). Con poche eccezioni, questo dibattito tende a trascurare del tutto, oppure a sottovalutare, la seminale proposta costituzionale formulata nel Frammento sul governo, pubblicato per la prima volta nel 1776 e con il quale Bentham interviene nello scontro coloniale che sarebbe sfociato nell’indipendenza dell’America del nord (Rudan 2013a). Proprio quest’opera, tuttavia, permette di individuare e definire una ‘tensione democratica’ presente sin dalla prima produzione benthamiana, che non si esprime nell’aperto sostegno al suffragio universale, ma nel riconoscimento dell’azione continua di un ‘principio popolare’ della società politica che deve essere governato per garantirne la continuità nel tempo. Si tratta di un problema che diventa ancora più urgente proprio negli anni ‘90 del XVIII secolo, quando la diffusione dell’indigenza e delle idee rivoluzionarie tra i lavoratori poveri minaccia la tenuta non solo dell’ordine politico, ma della società nel suo complesso. La concezione democratica della rappresentanza e dell’amministrazione dello Stato – pienamente elaborata da Bentham nel suo Constitutional Code e che dà forma alla sua idea di «democrazia totale» – può quindi essere considerata il punto di approdo di una riflessione che, per decenni, si interroga sulla possibilità di arginare la rivoluzione attraverso la rappresentazione politica della società e dei suoi movimenti.

1. L’individuazione di un principio popolare del governo è evidente proprio nella definizione di «società politica» offerta da Bentham nel Frammento. Al centro di questa definizione è l’idea che la sovranità dipenda interamente dall’«abitudine all’obbedienza» dei sudditi nei confronti dei governanti (Bentham 1776, pp. 89-90). L’abitudine all’obbedienza designa un insieme di atti compiuti nel passato e una condizione sempre reversibile: poiché il dovere di obbedire coincide con l’interesse, è necessario riconoscere che i sudditi obbediranno solo «finché i probabili danni dell’obbedienza saranno minori dei probabili danni della resistenza» (Bentham 1776, pp. 89-90, 112, 167-168). Questa formula, che mira a dare alla scienza politica e sociale un fondamento razionale e verificabile empiricamente perché fondato sulla natura umana (Boralevi 1979, p. 365; Loche 2015), designa un calcolo compiuto da ogni individuo per se stesso, cui solo il numero conferisce uno spessore politico: se un singolo atto di disobbedienza è di per sé un atto criminale, in quanto tale passibile di punizione, la disobbedienza compiuta dal maggior numero degli individui che compongono una data società politica rende inefficace lo stesso potere di punire e mette fine all’esistenza del governo. È importante osservare che, ponendo l’obbedienza anziché il consenso a fondamento della società politica, Bentham include al suo interno non solo gli individui liberi e razionali che – secondo la logica lockeana abbracciata dagli americani – nel 1776 facevano ingresso nella storia come unico soggetto legittimo della politica moderna, ma «tutti gli individui, senza distinzione» che compongono lo Stato, comprese le donne, i bambini e gli schiavi (Bentham 1776, pp. 131-132, n. k). La tensione democratica di Bentham, perciò, si manifesta nell’esigenza di sottomettere tutti, senza esclusioni, al governo utilitaristico della società, individuando gli strumenti necessari a trasformare l’abitudine – un fatto che riguarda il passato – in una «disposizione a obbedire» nel tempo a venire (Bentham 1776, pp. 154, 120) e garantendo così la continuità della società politica. Il principio della «maggior felicità per il maggior numero» è quindi in primo luogo la formulazione utilitaristica del principio popolare del governo, che nel Frammento Bentham traduce in precise indicazioni costituzionali. Queste riguardano, tra le altre cose,


[la] fonte da cui i governanti [...] derivano i loro diritti a esercitare il potere [e i] frequenti e facili cambiamenti di condizione tra governanti e governati, per cui gli interessi di una classe sono amalgamati in modo più o meno indistinguibile con quelli dell’altra (Bentham 1776, p. 165).


L’interesse dei governanti è qui esplicitamente distinto da quello dei governati in quanto i primi, al pari di ogni altro individuo, sono motivati dall’interesse personale. La proposta di renderli dipendenti dai sudditi e le loro cariche revocabili mira quindi a individuare strumenti capaci di adeguare gli interessi particolari a quello pubblico, ovvero alla maggior felicità per il maggior numero. Ciò non si traduce, a quest’altezza cronologica, in un’esplicita proposta di estensione del suffragio, ma i criteri indicati da Bentham sono rivelatori di una critica alla concezione virtuale della rappresentanza secondo la quale «ogni uomo in Inghilterra è, nel giudizio della legge, parte nella formazione di un atto del parlamento, dove è presente tramite i suoi rappresentanti», come egli spiega attraverso la formula che Blackstone riprende da Coke. Questa formula esprime per Bentham una «finzione» che nasconde una realtà nella quale «il buon legame con [...] il popolo nel suo complesso» non è tenuto in alcun modo in considerazione, al punto che le leggi sono ancora avvelenate «dai miasmi dell’antico dispotismo» (Bentham 1776, p. 53 n. l; Bentham 1774-1775, p. 221).
Il dispotismo qui non coincide semplicemente con una forma politica, ma corrisponde anche al sistema di legislazione per via giudiziaria al quale Bentham si sarebbe opposto per tutta la sua vita. L’ignoranza della legge mette in questione la dinamica dell’obbligazione politica, dal momento che un uomo «non può obbedire a ciò che non vede», e soprattutto espone all’insicurezza le aspettative degli individui in merito a «ogni cosa che ha valore» per loro (Bentham 1774-1775, pp. 139-140, 83, 45; Bentham 1776, pp. 58-59 n. p). L’esigenza di democratizzare la produzione del diritto attraverso la sua promulgazione e codificazione – che si inserisce nella cornice della crisi del sistema di common law (Brewer 1980, p. 341; Postema 1986, p. 161; Liebermann 1989, p. 234) – non riguarda semplicemente la riproduzione del rapporto di comando e obbedienza, ma investe una più complessa dinamica societaria alla cui comprensione Bentham si dedica negli anni ’80 del XVIII secolo. Alla luce di questa comprensione, il diritto si configura come l’‘ambiente’ nel quale prendono forma le aspettative individuali:


una perdita è pressoché sempre inattesa – scrive Bentham nei suoi Principles of the Civil Code – perché gli uomini sperano naturalmente di mantenere ciò che possiedono. Questa aspettativa è fondata sull’ordinario corso delle cose poiché, se osserviamo la grande massa degli uomini, essi non solo mantengono ma anche aumentano ciò che hanno acquisito (Bentham 1780-, p. 306).


Benché le aspettative siano sempre il prodotto di un calcolo individuale, esse prendono forma all’interno di una dinamica sociale che non si struttura attorno al possesso in quanto tale, ma intorno a quella che Bentham definisce l’«idea di proprietà», ovvero un’«aspettativa stabilita convenzionalmente [...] di derivare vantaggi certi da un oggetto, a seconda della natura del caso». La proprietà non designa semplicemente la forma giuridificata del possesso dei beni, ma tutti i rapporti sociali – come quello tra marito e moglie, genitori e figli, padrone e servo – fondati sull’aspettativa di un reciproco vantaggio e che definiscono lo spazio del «traffico sociale» (Bentham 1780-, pp. 308-309, 323). Si tratta di uno spazio strutturato attorno a gerarchie che Bentham considera «naturali» perché conformi alla natura della società e alle sue autonome dinamiche di funzionamento. Esse non contraddicono la formula utilitaristica perché, attraverso lo scambio, ogni interesse può trovare una soddisfazione differenziata, secondo il principio per cui «ogni alienazione comporta un vantaggio». Così, ad esempio, la condizione di povertà di alcuni individui è funzionale alla produzione di ricchezza, perché necessità e bisogno suscitano l’operosità. D’altra parte, la povertà sarà compensata nello scambio tra lavoro e salario dalla prospettiva di ottenere ciò che è necessario alla sussistenza. Allo stesso modo, la subordinazione delle donne è necessaria per Bentham alla riproduzione della specie e gli svantaggi derivati dal rapporto sessuale – il rischio di morte connesso alla gravidanza, il fardello della cura dei figli, persino il venir meno della bellezza – sono compensati dal fatto che nel contratto matrimoniale il marito si impegna a mantenere tanto la moglie quanto la prole per tutto il tempo a venire (Bentham 1780-, p. 311). La società commerciale – nella quale, secondo la celebre definizione di Adam Smith, «ogni uomo vive di scambi o diventa, in certa misura, un mercante» (Smith 1776, p. 26) – diventa l’orizzonte nel quale si dispiega la tensione democratica di Bentham (Stark 1946, pp. 583-608).
In questo orizzonte si spiega la concezione della rappresentanza che egli articola all’alba della Rivoluzione francese, quando nel 1788 risponde ai quesiti formulati da Necker in merito alla modalità di convocazione degli Stati generali e si oppone risolutamente a una rappresentanza per ordini. Condividendo con Sieyés la concezione della nobiltà come classe parassitaria, Bentham ritiene che il sistema di privilegi d’antico regime sia altamente dannoso per l’industria nazionale, perché assorbe risorse altrimenti produttive e determina un’inevitabile opposizione «tra la classe abusivamente elevata e quelle abusivamente depresse» (Bentham 1788a, pp. 102-104; cfr. Sieyès 1789a, pp. 94, 101-105; Campos Boralevi 1990). Le gerarchie artificiali istituzionalizzate dal sistema dei privilegi – che corrisponde a un sistema di amministrazione della giustizia fondato su leggi punitive anziché preventive, i cui esiti nefasti sono esemplificati dalla persecuzione di Linguet – inceppano i meccanismi ‘naturali’ della produzione di ricchezza e trattengono il movimento della civilizzazione, costringendo la società a rimanere nella sua «infanzia» (Bentham 1788b, pp. 5-8; cfr. Ricciardi 2012). Solo la trasformazione degli Stati generali in un’assemblea unitaria può porre fine alla «scandalosa alleanza» tra gli ordini privilegiati ed evitare che una guerra impedisca alla «marcia degli affari» di procedere «dolce e tranquilla» (Bentham 1788b, pp. 41-42; Sieyès 1789b, p. 238). La riforma della rappresentanza è quindi uno strumento tanto per garantire la continuità dell’obbligazione politica, quanto per creare le condizioni per l’autonomo dispiegamento del «traffico sociale». Concretamente, ciò non significa abolire i privilegi da un momento all’altro, perché questo destabilizzerebbe le aspettative di una parte della popolazione, ma organizzare la rappresentanza in modo da annullare gli effetti sociali dei titoli nobiliari.
Per conseguire questo scopo, Bentham propone che la rappresentanza dei nobili sia elettiva e regolata secondo gli stessi criteri di accesso al suffragio attivo e passivo richiesti ai membri del Terzo stato, ovvero il possesso di una certa quantità di beni – non necessariamente nella forma della proprietà terriera – e la capacità di leggere. Ai membri del Terzo stato dovrebbe essere inoltre concesso di scegliere i propri deputati tra le fila della nobiltà e viceversa, così da favorire una dolce e graduale confusione tra gli interessi dei due ordini secondo una dinamica analoga a quella dello scambio commerciale libero, che per definizione «comporta sempre un vantaggio per entrambe le parti». L’«idea di proprietà» attorno alla quale si struttura la società commerciale renderebbe la nobiltà e il Terzo stato «naturali alleati» contro un altrettanto «naturale nemico», i non proprietari. Nello stesso tempo, i criteri censitari di accesso al suffragio dovrebbero essere calibrati in modo tale da includere i piccoli proprietari, stabilendo una soglia minima che escluda i non proprietari. In questo modo, gli interessi dei piccoli proprietari dovrebbero avvicinarsi a quelli dei grandi – stabili portatori degli interessi della società – anziché a quelli dei non-proprietari, che potrebbero invece mettere in discussione le gerarchie fondate sui possessi. Trasformare la proprietà nell’unico criterio di accesso alla rappresentanza corrisponde alla necessità di ampliare lo spazio politico concesso alle classi produttive ridimensionando di conseguenza quello della nobiltà parassitaria (Bentham 1788a, pp. 82-90; Bentham 1780-, p. 313). In questo modo, mentre servono ad arginare la formazione di aggregati di interessi anti-sociali – cioè favorevoli all’equalizzazione della proprietà – i criteri censitari dovrebbero accelerare l’affermazione della società commerciale, nella quale tutti gli individui possono beneficiare di una felicità conforme alla propria posizione. Per Bentham, di conseguenza, la rappresentanza è in primo luogo una tecnologia societaria che deve favorire e dare espressione istituzionale al movimento della società producendo individui adeguati e interessati a quel movimento (Rudan 2013b, pp. 167-195).


2. Il rapporto che in questo modo Bentham stabilisce tra la società e il suo governo permette di spiegare l’importanza del biennio ’92-’93 nella sua complessiva riflessione costituzionale. In questo passaggio storico la sua preoccupazione non concerne semplicemente la violenza rivoluzionaria, ma l’ingresso sulla scena delle masse di poveri lavoratori espulsi dal mercato del lavoro in seguito alla crisi economica del 1793. Si parla, per averne un’idea, di 24mila persone che in quell’anno chiedono il sussidio nella sola città di Londra (Bahmueller 1981, p. 34). Il problema degli indigenti – ovvero di quanti, non potendo lavorare, si trovano esclusi dai benefici effetti del traffico sociale – non riguarda però la loro entità numerica, ma il fatto che essi diventano il catalizzatore delle aspettative dei lavoratori poveri. Secondo dinamiche simpatetiche che Bentham descrive a partire dalla smithiana Teoria dei sentimenti morali, osservando gli indigenti i lavoratori poveri rischiano sempre di aspettarsi dal futuro non il godimento dei frutti del proprio lavoro, ma la morte per fame, ed è questa aspettativa che può indurli a mettere in discussione le gerarchie proprietarie necessarie alla produzione di ricchezza (Bentham 1796, pp. 25, 21; Rudan 2016a).
Questo passaggio storico e teorico è essenziale a comprendere il legame tra l’impegno profuso da Bentham per la riforma delle poor laws e quello successivo in favore dell’estensione del suffragio. Le Industry Houses non rispondono solo all’esigenza di sottrarre gli indigenti allo sguardo simpatetico dei lavoratori poveri. Esse, infatti, sono intese da Bentham come luoghi di produzione di individui sociali, all’interno dei quali le dinamiche della società commerciale sono riprodotte mimeticamente nella prospettiva di trasformare gli indigenti in lavoratori disciplinati (Rudan 2013b, pp. 133-149). Questa risposta sistematica al problema dell’indigenza permette di capire sia perché Bentham rinunci a proporre criteri censitari per l’accesso al voto, sia perché sostenga espressamente la necessità di estendere il suffragio ai non proprietari e in generale a quelle figure che occupano, nella società, posizioni di subordinazione. Se il regolare funzionamento del traffico sociale è minacciato dalle figure estreme degli «ultra-opulenti» e degli «ultra-indigenti», una volta che il problema posto da questi ultimi sia stato risolto è necessario impedire che un’eccessiva concentrazione di potere inceppi i meccanismi del traffico. La rappresentanza è quindi investita di una duplice funzione: da una parte, quella di produrre una convergenza di tutti gli interessi verso la sicurezza della proprietà, che Bentham ribadisce espressamente nel Constitutional Code (Bentham 1822, pp. 136, 213); dall’altra, quella di compensare sul piano politico le differenze di potere necessarie al funzionamento della società. Come mostrano le riflessioni dedicate al suffragio femminile (Bentham 1789, pp. 231, 250; Bentham 1822, p. 100; Bentham 1822-1832, p, 29) – che hanno suscitato un ampio dibattito storiografico (Williford 1975; Ball 1980a, 1980b, 1980c; Campos Bralevi 1980) – egli è convinto che la concessione del voto alle donne, lungi dal mettere in discussione la loro subordinazione domestica potrebbe addirittura rafforzarla. Se si ammette che le donne abbiano un diritto alla felicità uguale a quello di ogni altro individuo, infatti, è necessario riconoscere anche che, «per costituire [quell’]uguaglianza in loro favore, a ogni necessaria inferiorità deve corrispondere una compensazione». Concedere alle donne una parte del «potere costituente» permetterebbe di attuare misure legislative finalizzate a rendere il «traffico sessuale» meno svantaggioso per il «sesso debole», ancora una volta secondo il principio regolatore della società che impone di corrispondere a ogni alienazione un vantaggio (Bentham 1822, 98-100, testo e n. 7). L’uguaglianza politica è chiamata a compensare le asimmetrie di potere di cui il movimento della società si alimenta. Affinché le gerarchie socialmente utili non siano messe in discussione, affinché il corso degli affari politici proceda in modo ordinario, è necessario impedire un’eccessiva accumulazione di potere politico da parte di coloro che già possiedono il potere sociale derivato dal sesso o dal possesso. È necessario, cioè, che le differenze e i rapporti di subordinazione giustificati dalla necessità sociale non siano aggravati dall’oppressione.
La stessa logica deve applicarsi ai lavoratori poveri: la legge che regola il suffragio non deve in alcun modo concedere ai ricchi, già abbastanza potenti, «le armi con cui opprimere e depredare i poveri a loro piacimento» (Bentham 1788a, p. 84; Bentham 1822, p. 73). Il problema è di offrire ai poveri gli strumenti che consentano loro di far valere politicamente i propri interessi attraverso i legittimi canali della rappresentanza anziché in forza di una convulsione sociale (Bentham 1817, 442-445). Le innegabili differenze in merito ai criteri di concessione del diritto di voto possono essere così ricondotte a una medesima logica di fondo: il problema è offrire una rappresentazione politica della società a partire dalle sue inevitabili gerarchie proprietarie. La rappresentanza diventa in questo modo il punto di sutura tra la società e il suo governo, perché mette quest’ultimo nella condizione di muoversi e modificarsi in modo da garantire agli individui una soddisfazione compatibile con l’utilità sociale.
Per questa ragione, nessuno deve essere escluso dalla rappresentanza, così come nessuno può essere escluso dalla società senza diventare per la società stessa una minaccia. La ‘tensione democratica’ di Bentham si manifesta nell’idea che la rappresentanza debba potersi espandere indefinitamente fino a «comprendere tutti gli interessi» (Bentham 1789a, pp. 231, 250; Bentham 1817, p. 462). Quando la sua cosiddetta «transizione al radicalismo» è ormai compiuta, Bentham arriva a parlare di «suffragio virtualmente universale», associando termini incompatibili all’interno della tradizionale concezione della rappresentanza di cui Burke era stato il massimo interprete (Bentham 1819, pp. 559-561; Bentham 1788a, p. 86). Il «suffragio virtualmente universale» non comporta che tutte le persone debbano effettivamente votare, ma che «si trovino nella libertà di farlo, contro ogni impedimento locale: che nessuno si trovi escluso [...] per mancanza di proprietà o qualunque altra causa» (Bentham 1819-1820, p. 616). L’efficacia della tecnologia societaria della rappresentanza dipende quindi dalla sua capacità di essere aperta, onnicomprensiva, di includere continuamente al proprio interno nuovi individui e nuovi interessi governandoli conformemente agli imperativi della società.

3. Solo in quanto permette di definire i contenuti del principio della maggior felicità per il maggior numero in modo conforme all’ordine sociale, cioè soltanto in quanto disciplina un potere costituente sempre attivo, la rappresentanza può anche rispondere all’esigenza già presente nel Frammento sul governo di ‘governare i governanti’. Questo è tanto più necessario quanto più essi sono sempre nella condizione di sfruttare la loro posizione per accumulare un potere eccessivo rispetto al regolare corso del traffico sociale, e di usarlo per soddisfare il loro «interesse sinistro» anziché quello «universale» (Bentham 1822-1832, p. 21). Come svela la sua trattazione dell’influenza – una forma di potere che scaturisce dal possesso di qualità il cui valore è riconosciuto socialmente, come ricchezza, fama e persino bellezza – il problema di Bentham è anche in questo caso di compensare sul piano politico l’azione del potere sociale, riconducendolo dentro al perimetro dell’utilità socialmente legittima (Rudan 2013b, pp. 195-207). Per dare attuazione al «principio che prescrive la congiunzione degli interessi» [junction-of-interests prescribing principle] e quindi connettere l’azione dei governanti alla felicità del maggior numero, nel Constitutional Code Bentham insiste in primo luogo sull’importanza della «delega», che rende la posizione dei governanti – e dunque la possibilità di godere di un potere che ai loro occhi costituisce un «oggetto di valore» – dipendente dalla volontà dei costituenti (Bentham 1822a, pp. 239-240; Bentham 1822-1832, p. 42). In secondo luogo, egli insiste su un insieme di meccanismi capaci di rendere efficace la congiunzione degli interessi. Così, ad esempio, i funzionari riceveranno i loro emolumenti solo se prenderanno effettivamente parte alle assemblee legislative (Bentham 1822-1832, pp. 26, 49); la durata solo annuale della carica e un «sistema di rieleggibilità temporalmente discontinuo» dovrebbe permettere di evitare il consolidamento di un interesse sinistro condiviso dai diversi corpi di governo (Bentham 1822-1832, pp. 59, 78-85, 72-74). Infine, l’azione del legislativo sarebbe sottoposta alla costante vigilanza del Tribunale dell’opinione pubblica, resa possibile anche dall’architettura panottica prevista per il luogo delle assemblee e all’autorità di un tribunale penale legislativo, che garantirebbe la responsabilità legale dei membri del parlamento e l’efficacia delle misure sanzionatorie in caso di non ottemperanza o corruzione (Bentham 1822-1832, pp. 50-51, 444-451, 111).
Questi meccanismi, per Bentham, sono essenziali a subordinare al potere costituente il potere legislativo – che come quello esecutivo è un potere operativo, necessario cioè all’esercizio del potere costituente – ma non sono sufficienti a realizzare «la dipendenza dei governanti dai governati» che il principio popolare del governo impone. Per farlo, è necessario pensare il governo nella sua accezione più ampia, in quanto esso è composto dal legislativo e dall’esecutivo presi insieme (Bentham 1789b, p. 413; Bentham 1822-1832, pp. 26-27). La concezione benthamiana della democrazia subisce quindi una torsione particolare, che insiste sulla dimensione amministrativa del governo, ovvero sulla democratizzazione del potere esecutivo. È in questo quadro che va letta la sua critica alla monarchia (Bentham 1817, pp. 438, 446; Bentham, 1822b, pp. 47, 91; Rosen 1983, p. 51; Crimmins 2011, cap. 6), che ancora una volta rende evidente il nesso che Bentham stabilisce tra la società e il suo governo. Nel Constitutional Code, la monarchia è infatti considerata strutturalmente incompatibile con la sicurezza delle aspettative. Nel caso della monarchia assoluta, il re è semplicemente sottratto a qualsivoglia responsabilità verso i suoi costituenti, perché mancano gli strumenti per far valere costituzionalmente i loro interessi; nel caso della monarchia temperata, per «mantenere i propri sudditi sotto un sistema di saccheggio regolato» il re è costretto a scendere a patti con i «co-governanti», creando così un blocco di interessi sinistri (Bentham 1822-1832, pp. 25, 125-129). In tutti i casi, la monarchia non è riformabile. Essa è un residuo del passato, lo strascico dell’«infanzia della società» che sopravvive all’interno della civilizzazione. Come aveva già sostenuto Tom Paine, col cui giudizio infine Bentham converge benché lo tratti come uno scrittore blasfemo, la monarchia è un sistema politico economicamente svantaggioso (Bentham 1820, p. 512; Bentham 1822b, pp. 47, 91). Si tratta in definitiva di un sistema nocivo per la società, non solo perché devia verso le «mani indolenti» del re e della nobiltà risorse altrimenti produttive, ma anche perché mette in questione ogni sicurezza necessaria al regolare corso dello scambio e all’accumulazione di capitale. Se nella riflessione sulla Francia rivoluzionaria la costituzione d’Inghilterra poteva forse offrire un modello di riferimento per l’organizzazione costituzionale dei poteri, a partire dagli anni Venti del XIX secolo essa appare come un sistema politico di organizzazione della felicità superato e persino controproducente, perché mantiene al suo interno un ruolo autoreferenziale e in definitiva non codificabile come quello del monarca (Bentham 1789a, pp. 237, 256; Bentham 1789c, pp. 172; Bentham 1822a, pp. 54-55).
Per democratizzare il potere esecutivo, il Codice costituzionale è quindi chiamato, in primo luogo, a garantire la subordinazione – cioè la responsabilità – dell’esecutivo di fronte al legislativo e, attraverso la mediazione di quest’ultimo, nei confronti dei suoi costituenti. Al legislativo spetta il potere di nominare i diversi ministri, di destituirli e di impartire alla loro azione una «direzione individuale», emettendo specifici mandati della cui implementazione i ministri devono rendere conto e per la cui trasgressione possono essere puniti. Gli emolumenti devono essere fissi e pagati annualmente, così da rendere la persona in carica interessata alla continuità della sua funzione e dunque al suo esercizio conforme all’interesse del maggior numero. L’autorità «amministrativa», inoltre, deve essere caratterizzata da una strutturazione gerarchica in grado di garantire la responsabilità dei funzionari, chiamati a rendere conto del loro operato, prima di tutto in termini contabili [accountability], ai loro superiori (Bentham 1822-1823, pp. 26-27, 174-176, 147-148, 202, 206, Rudan 2016b). L’azione amministrativa su persone, cose e denaro deve essere orientata a ottimizzare la gestione delle risorse e l’efficacia del servizio (Bentham 1822-1823, pp. 196-200). In anticipo rispetto a chi, come Comte o Saint-Simon, ne viene di norma considerato il primo propugnatore, Bentham fornisce una fondazione scientifica del management che permette di comprendere la sua spinta verso la professionalizzazione dei funzionari pubblici amministrativi (cfr. Hume 1970; Martin 1997 e 2006; Hood, 2004 pp. 114 sgg.). Il codice costituzionale benthamiano si colloca quindi all’interno del passaggio inaugurato dalla Rivoluzione francese, che Sieyès esprime chiarendo che quella dei governanti «è una superiorità di funzioni, non di persone» (Sieyès 1789a, p. 178; Galli 2007). L’abbattimento delle gerarchie di antico regime impone di giustificare su nuove basi i rapporti di sovra e subordinazione politica e dunque di conformare la Costituzione ai movimenti della società, secondo uno schema di divisione del lavoro all’interno del quale trovavano posto anche le «funzioni pubbliche», come professioni ispirate a criteri di economicità ed efficienza. Per Bentham la democrazia rappresentativa è la migliore delle forme politiche precisamente perché consente di realizzare questa trasformazione. In questo senso, essa non è designata dalla collocazione del potere sovrano – che risiede sempre e in ultima istanza nel popolo, a prescindere dalla specifica modalità di organizzazione dei poteri «operativi» – quanto dalla capacità del governo di conformarsi ai movimenti della società, ottimizzando secondo modalità manageriali le dinamiche naturali di soddisfazione degli interessi.
Questa specifica concezione della democrazia spiega le differenti attitudini di Bentham nei confronti tanto del nome, quanto delle sue possibili aggettivazioni. All’altezza del Frammento sul governo la democrazia – che egli definisce come «il governo di tutti», secondo la classica trattazione «topografica» delle forme di governo – è per lui la condizione nella quale non vi è governo alcuno, poiché la società politica esiste solo là dove si dà una distinzione e quindi un rapporto di comando e obbedienza tra governanti e governati (Bentham 1776, p. 130). Ciò non fa di Bentham un anti-democratico, perché come si è visto egli riconosce da subito un principio popolare del governo che richiede misure capaci di indirizzare l’azione dei governanti verso la felicità per il maggior numero, così da evitare la rivoluzione. Ciò che cambia l’attitudine di Bentham nei confronti del nome è la comprensione della rappresentanza come tecnologia societaria. Rispondendo tanto all’esigenza di stabilire una dipendenza dei governanti dai governati, quanto alla necessità di interessare gli individui alla continuità dell’ordine proprietario, la tecnologia societaria della rappresentanza è ciò che permette di dare espressione istituzionale al principio popolare del governo. In questo senso, Bentham si colloca nel solco della distinzione tra «democrazia pura» e «repubblica» formulata nei Federalist Papers – di cui possedeva una copia, donata da Aaron Burr – per indicare, rispettivamente, «una società di pochi cittadini, che si riuniscono e amministrano di persona la cosa pubblica» e «un regime politico in cui operi uno schema di rappresentanza» (Hamilton – Madison – Jay 1788, p. 194; Williamson 1955; Crook 1969). È questo schema che, secondo Bentham, fa degli Stati Uniti Anglo-Americani l’unico paese nel quale il principio che prescrive la congiunzione degli interessi è effettivamente portato a realizzazione (Bentham 1822c, p. 208; Bentham 1822b, p. 143). Bentham, tuttavia, spinge la riflessione del Federalist in una direzione imprevista dai padri fondatori degli Stati uniti. Egli, infatti, recupera l’espressione «democrazia pura» che essi avevano espressamente rifiutato per indicare una forma di governo dalla «sostanza semplice» alla cui realizzazione non è sufficiente l’«ascendente democratico» reso possibile dalla delega (Bentham 1817, p. 450; Bentham 1819-1820, p. 612), ma che insiste sulla dimensione amministrativa e sulla democratizzazione del potere esecutivo.
In questa prospettiva, e con lo sguardo puntato verso gli Stati Uniti Anglo-Americani, Bentham può parlare di «democrazia totale» (Bentham 1817, p. 447). Pur evocando la contrapposizione operata da Sieyès tra re-publica e re-totale – espressione, quest’ultima, dell’onnipotenza del popolo sostenuta dai giacobini (Sieyès 1795, pp. 792-793) –, la «democrazia totale» di Bentham indica il compiuto disciplinamento del potere costituente, che può essere perseguito attraverso la definizione di canali costituzionali che garantiscano la sua espressione regolata in modo conforme ai movimenti ‘naturali’ della società. Mentre indica la perfetta dipendenza dei poteri costituiti da un potere costituente così disciplinato, la «democrazia totale» esprime la vocazione totalizzante della società e della democrazia, che può essere soddisfatta solo producendo una felicità adeguata al posto che ciascuno deve occupare nel mondo e includendo tutti gli individui, senza distinzione, nei dispositivi regolativi dello scambio e della compensazione. La «democrazia totale» è l’unico possibile sistema politico di rappresentazione della società in quanto dà espressione istituzionale ai suoi movimenti e alla sua pretesa di inclusività e perché riconosce, senza neutralizzarli, i poteri ai quali la società dà origine e di cui si alimenta, posticipando così indefinitamente la possibilità sempre presente della rivoluzione.


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