L’enormità
del “caso Moro”, vale a dire l’attenzione indiscutibilmente
giustificata rivolta sia alla vicenda del rapimento e sequestro da
parte del commando Br, sia al successivo dibattito politico e
giuridico-costituzionale, al comportamento delle forze dell’ordine
e degli apparati dello Stato, poi ai cinque pubblici processi e alle
due commissioni parlamentari d’inchiesta, ha prodotto la
conseguenza di non prestare la dovuta attenzione e approfondimento
critico e storico all’operato politico complessivo di Moro, alle
sue idee, al suo progetto politico. Eppure l’uomo Aldo Moro ci deve
interessare soprattutto per come ha incarnato la politica, per quello
che ha detto e fatto nel suo concreto impegno politico.
Facendo
una estrema semplificazione, in queste pagine si intende soffermare
lo sguardo sull’opera di Moro nel periodo 1945-1947, poi su taluni
orientamenti della sua politica negli anni 1959-1978.
Moro,
nato nel settembre 1916, entra nella Costituente nel giugno 1946 non
ancora trentenne, ma già libero docente di diritto penale, già
presidente nazionale della Fuci dalla tarda primavera del 1939 al
1942 e dal 1945 presidente nazionale del Movimento laureati di Azione
cattolica con l’aggiunta della direzione della rivista “Studium”,
un osservatorio di indiscutibile interesse dove i suoi articoli di
carattere politico-sociale-religioso evidenziano una solida
formazione culturale e una capacità di muoversi agevolmente sul
terreno dei diritti e delle idee politiche, scrivendo sui valori di
fondo del mondo cattolico e attento ai principi che costituivano il
nucleo centrale della dottrina sociale della Chiesa.
Questo
«giovane
intellettuale»
«con
un fortissimo senso della vita morale»[1],
che già dal 1939 aveva fatto un’ottima impressione a Roma nel
mondo cattolico[2],
nel periodo 1945-1947 sia negli scritti pubblicati nella rivista
“Studium” sia negli interventi all’Assemblea costituente tratta
temi che costituiscono il nucleo della propria filosofia politica e
che anticipano quella visione della politica e delle cose che Moro
cerca di perseguire con lucidità e maturità negli anni 1959-1978
quando diviene il punto essenziale di riferimento nella politica
italiana. Durante gli anni universitari e della Fuci (a fianco di
Montini), Moro matura una formazione culturale, politica, religiosa –
che risente dello stimolo culturale e morale di Maritain[3]
– e giuridica (sono gli anni della riflessione su Stato e individuo
in “Azione fucina” e del volume di dispense Lo
Stato. Corso di lezioni di filosofia del diritto tenute presso la R.
Università di Bari nell’anno accademico 1942-43)
ed acquisisce una cultura della mediazione ed una sensibilità per le
cose umane, che poi ritroviamo maggiormente sviluppate negli anni del
più importante impegno politico.
Ha
scritto Giovanni Battista Scaglia: Moro «dalla
politica non era partito e nella politica non si era mai annullato»[4],
cogliendo bene in sintesi le linee dell’itinerario culturale del
personaggio che dal profondo della propria formazione
spirituale-religiosa si apre al mondo e a tutti i problemi ad esso
connessi, compresi quelli politici. Negli scritti del periodo
post-universitario, mentre la guerra sta volgendo all’epilogo e il
paese deve darsi il nuovo assetto istituzionale e costituzionale,
Moro con ragionamenti ampi e convincenti, in continuità e coerenza
con gli atteggiamenti assunti nel periodo fucino e perfettamente in
linea con le posizioni cattoliche espresse dalla gerarchia,
interpreta, approfondisce, studia, scrive sugli orientamenti dei
cattolici, sui loro compiti, sui problemi del paese, ponendo
anch’egli problemi, ma prospettando e ricercando anche le soluzioni
con pazienza e con fede e per amore di verità. “Verità”,
“dignità della persona”, “democrazia”, “libertà”,
“intelligenza” sono termini e concetti ricorrenti nel suo
vocabolario politico e culturale. È un linguaggio politico diverso,
ma anche nuovo per il ceto dirigente cattolico. Oltre al linguaggio,
c’è un sorprendente giovane intellettuale che, riflettendo molto
l’influenza di Jacques Maritain, ha chiarezza dei valori e della
gerarchia dei valori, della relazione tra Stato, società civile e
individuo e Chiesa e religione: un intellettuale politico che pensa e
propone e non ha interessi propri (o di parte) da far valere.
Nel
dicembre 1945, rispondendo ad Arturo Carlo Jemolo, che in un articolo
sulla rivista “Il Ponte” esprime un «cortese
apprezzamento»
dell’impostazione di “Studium”, Moro precisa come la rivista
intenda muoversi e quale sia la sua funzione: ma in effetti egli non
fa altro che esplicitare la propria metodologia culturale di
approccio ai problemi, le proprie categorie di analisi: «Veramente
“Studium” vuole essere serena, obbiettiva, aperta, presente al
travaglio fecondo di tutte le idee e di tutte le esperienze […].
Senza pregiudizi e senza disdegni “Studium” vuole […]
esprime[re] la voce della tradizione cattolica con l’ansia di
comprendere e di lasciarsi comprendere proprio di chi non si sente
nemico in un mondo di nemici, ma uomo tra uomini in una umanità che
resta comune malgrado il dissenso e, magari, l’errore».
Nel prosieguo dello scritto, è interessante sottolineare come egli
colga fin d’allora l’estrema importanza del dialogo, del
confronto, dell’intesa con chi ha concezioni diverse anche a costo
di rinunciare ad aspetti della propria fisionomia: «Niente
può dividere quando si cerca insieme la verità. Ed il cristiano può
bene come dimenticare di possedere la verità, per fare della strada
con coloro che cercano e non sanno di avere. Forse il cammino
compiuto fino alla meta dividerà ancora. Ma può in quel punto
cominciare un nuovo cammino, o forse continuare quello stesso che è
cominciato ad un punto, perché è molto difficile dire di aver
perduto o trovato per sempre»[5].
Se al posto della parola “Studium” si mette la voce “Aldo Moro”
ne esce un completo autoprofilo culturale.
Questi
scritti tra 1945 e 1947 presentano una preminente matrice
etico-religiosa e proprio la loro natura pre-politica determina un
rilievo ben definito: fanno capire donde e con quali paradigmi si
muove anche la riflessione politica del giovane Moro. Non è un caso
che il primo numero di “Studium” del 1945 si apra con un
editoriale di Moro dal titolo Liberazione
e, a seguire, un suo saggio più corposo sulla concezione cristiana
del lavoro. L’editoriale non adombra il tema politico-militare
della liberazione del paese, anche se non prescinde da «questa
tragica ora»
e dal «peso
grave di mille oppressioni»
e dalla «ferocia
di questa storia umana senza umanità»;
ma ricorda che si sente enunciare un programma, una richiesta di
libertà (libertà dalla paura, libertà dal bisogno); che per tali
ideali «uomini
hanno preso le armi in tutti i paesi del mondo»
e «dove
gli uomini si uccidono, la vita è sospesa ed attende, per tanto
insopportabile dolore, una liberazione».
Dal profondo delle proprie convinzioni religiose Moro non ha remore
nel sottolineare che «la
più grande delle libertà […] è la libertà interiore che pone
l’uomo, in purezza, di fronte a Dio, a se stesso, ai fratelli.
Quella che esclude egoismi e ferocie e terrori e miserie, quella che
conserva sempre una risorsa per superare i dislivelli della vita.
Questa è la libertà dei figli di Dio».
Questi passaggi portano all’enunciazione finale, che racchiude il
senso dell’editoriale, secondo cui «la
suprema liberazione dell’uomo è la vittoria sul male e che gli
uomini non sono soli nel conquistarla»[6].
In
gran parte degli editoriali e degli interventi sulla rivista è ben
percepibile l’intento di Moro di chiarire e approfondire quale
debba essere l’atteggiamento di tutti i cittadini, e dei cristiani
in particolare, di fronte alla grande responsabilità, alla
«possibilità
unica della loro storia»
di «rifare
lo Stato, ricostruire nelle sue linee essenziali la comunità
nazionale»[7].
Soprattutto per i cristiani Moro insiste sul «dovere
della presenza attiva»,
che egli sollecita non per tutelare qualche specifico interesse
cristiano, ma per costruire una comunità dove libertà, democrazia,
rispetto della legge siano il nuovo metro di comportamento:
«Fondamentale
ed inderogabile è il nostro dovere di presenza attiva che, sempre
sussistente, diventa ora più decisivo, perché ci incombe non come
sudditi, ma come cittadini di una comunità che è tutta affidata
alle risorse di coloro che liberi e responsabili la compongono. / Una
comunità senza padroni, senza altra servitù che quella alla legge
liberatrice della coscienza morale di tutti i cittadini»[8].
Moro
è alquanto ottimista sulla realtà dei cristiani, che egli considera
– si è nell’estate 1945 – «una
luce di rivelazione accesa nel mondo. […] La nostra scelta
quotidiana è tra il contingente e l’eterno, tra la morte e la
vita»[9];
però conosce bene anche il travaglio e l’incertezza nel loro
atteggiamento; «senza
pretendere di giudicare tali atteggiamenti»,
evidenzia che quel che conta soprattutto «è
il “senso” che ha per il cristiano ogni attività, il suo
costruire dovunque e comunque per l’eterno»[10]
– ripete nella primavera 1947 – e prospetta per i cristiani una
visione vasta delle cose[11],
un comportamento intelligente, di apertura, di ascolto, per attuare
un avanzamento civile e sociale, per dare un contributo al
rinnovamento della struttura sociale: «gli
avvenimenti politici, per grandi che siano, contano non tanto per il
loro effetto immediato, quanto per il modo con il quale incidono sul
corso incessante della storia umana. Intuire quale è questo corso,
contribuire a determinarlo con intelligenza aperta e cuore libero nel
senso più rispondente alla dignità dell’uomo ed alle sue
necessità di vita, contribuire con la carità e la verità a quei
mutamenti di struttura sociale che solo il cristiano può produrre
con strumenti di pacifico progresso, questo è il grande compito e il
grande lavoro»[12].
L’uomo
e la sua dignità, il «valore
incommensurabile della persona»
costituiscono motivi sempre presenti in questi e in tutti gli scritti
di Moro. Non poteva non essere altrimenti per un giovane maturato
nella Fuci di Montini, all’interno della quale le idee di Maritain
e del personalismo francese avevano larga circolazione per la
formazione di «una
coscienza religiosa e insieme una civile»[13].
Una particolare sottolineatura del tema della dignità della persona
viene fatta da Moro proprio all’avvio della difficile fase politica
dopo la liberazione, evidenziando anche i limiti della politica,
allorché durante il governo Parri c’erano ogni giorno problemi in
esplosione. «Noi
non vogliamo ora rivolgere a questo tempo tormentato facili e
pericolose accuse di rinascente esclusivismo totalitario […]. Ma
certamente si può e si deve dire che l’esigenza politica torna in
Italia ad essere in primo piano e porta con sé, in quanto appunto
non sia corretta ed integrata, unilateralità, faziosità,
impazienze, eccessi, incomprensioni a scapito di quella pace che
tutti ardentemente desideriamo e che la politica stessa […]
dovrebbe servire a costruire. […] appunto l’esercizio delle
attività politiche è fecondo, a patto che sia a servizio della
causa dell’uomo e pronto perciò a riconoscere i propri limiti, ad
inchinarsi alle realtà auguste e sacre della vita»[14].
È un lungo e solido editoriale, in cui Moro soprattutto evidenzia
il valore della persona e i limiti che la politica (e lo Stato) deve
imporsi di fronte alla sfera dell’uomo: «Non
si può risorgere nel segno della libertà, se non si progredisca
dalla rivendicazione di parziali libertà economiche e politiche alla
positiva affermazione del valore incommensurabile della persona e del
suo proprio “mondo”; se non si passi dalla difesa di fronte alle
pretese esorbitanti della società allo svolgersi costruttivo della
persona singola. […] Bisogna che la politica si fermi in tempo, per
non guastare queste cose; bisogna che essa, riconoscendo
volenterosamente i suoi limiti, lasci all’uomo il possesso
esclusivo di questo suo mondo migliore, intimo e originale. […] Ma
se la politica vuole essere tutta la vita, se una sola, e sia pure
essenziale, libertà lavora per esaurire le altre, più vere e
sostanzialmente costruttive, l’uomo è finito e la vita perde la
sua chiarezza e ricchezza»[15].
In ogni caso il problema della dignità della persona in quell’estate
del 1945 solletica molto Moro, se nello stesso numero della rivista
egli scrive una nota, nella rubrica “Osservatorio”, dal titolo
Annunciare
la dignità di ogni uomo:
«se
si vuole un vero avanzamento civile, si tratta di far svolgere la
persona secondo tutte le sue possibilità, di farle assumere
responsabilità differenziate e distinte. Essenziale è che il nostro
tempo (tempo cristiano) sia annuncio storicamente efficace della
dignità di ogni uomo»[16].
Subito dopo i risultati politici del 2 giugno 1946, nel sottolineare
che «una
nuova storia del nostro paese»
si va profilando ma che esige «una
compiuta e viva presenza di tutti i cittadini»,
ritorna di nuovo sui diritti della persona: «nella
comunità nazionale sono riapparsi e si sono consolidati nella chiara
affermazione della volontà popolare i diritti della persona umana e
le prerogative che ad essa spettano, senza alcuna privilegiata
limitazione, in campo economico, sociale, politico e spirituale.[…]
Noi vogliamo che l’uomo viva in una umanità che non lo soffochi e
non ne renda impossibile, con ingiuste sopraffazioni e con deviazioni
mitologiche, il colloquio con Dio. Questa è l’ora della
liberazione»[17].
Nel dicembre 1947, date le incertezze della situazione sociale e
politica non solo in Italia, Moro rileva le preoccupazioni di molti
per la difficoltà della realizzazione dei “valori umani” nella
vita comune; nell’occasione precisa ulteriori concetti sulla
dignità dell’uomo: «Se
l’uomo fosse una piccola cosa, materia o senso o storia che passa,
esso non basterebbe davvero a superare le difficoltà del momento. Ma
l’uomo è dignità e moralità; e reca in sé la molla stupenda
della libertà, l’adesione alla verità, il senso della giustizia
piena per tutti»[18].
Questo per dire come Moro cerchi di utilizzare quasi ogni occasione
per ribadire la centralità della dignità della persona nello Stato
che si andava ricostruendo.
Il
problema della valorizzazione della dignità della persona è, per
Moro, alla base della vera democrazia. Nella primavera del 1945 lo
sottolinea, distinguendo tra Vera
e falsa democrazia
ed entrando in un dibattito che si protraeva da tempo. Democrazia è
«essenzialmente
rispetto della libertà di tutti, della dignità di tutti, del dolore
di tutti».
Al di là della forma, sempre contingente e facilmente eludibile,
Moro indica come essenziale lo «spirito
della democrazia»,
che permette di individuare «la
vera democrazia».
E questo è «lo
spirito della fiducia, della collaborazione, del rispetto reciproco;
l’emergere della persona umana, di ogni persona umana nel suo pieno
rilievo nella sua giusta pretesa di valere, nel peso delle sue
responsabilità. Per queste ragioni la democrazia è la cosa più
umana e più vera che si possa immaginare, la più espressiva dello
spirito di libertà del cristianesimo. Ma nell’atto che si presenta
così, la democrazia appare come difficilissima conquista umana, che
fa tutt’uno con lo sforzo quotidiano ed ansioso della vita
morale»[19].
La costruzione dello Stato democratico non può essere solo
enunciata. Un’articolazione democratica sempre più ampia nella
società e nello Stato diverrà l’obiettivo politico maggiore di
Moro quando sarà ai vertici della DC dal 1959 in poi. Ancora nella
primavera del 1947, nell’imminenza della crisi del tripartito, è
di sommo interesse il «severo
esame di coscienza»
che fa circa l’avanzamento del terreno democratico dopo circa due
anni dalla liberazione. Egli inizia con l’annotazione che «la
sorte della democrazia è nelle nostre mani. Che essa si salvi non
solo, ma si consolidi e si sviluppi, dipende da noi, dalla nostra
fiducia, dalla nostra lungimiranza, dalla nostra fortezza, dal nostro
spirito cristiano. Senza un impegno di tutti gli uomini […] quella
salvezza non è possibile».
Moro guarda a un bilancio complessivo, ma gli preme soprattutto
evidenziare cosa sia mancato da parte cristiana in «fiducia
e collaborazione».
Fa delle considerazioni amare per gli ambienti cattolici. Infatti
precisa: «Fiducia
e collaborazione di noi, uomini e cristiani, sono troppe volte
mancate. La democrazia ci è sembrata cosa estranea o incapace di
essere influenzata da noi, rimessa alle istituzioni, alle leggi,
all’azione decisiva di alcuni particolarmente responsabili. O è
apparsa essa come un elemento accessorio del nostro sistema sociale».
Pur rimanendo nell’ambito teorico, della democrazia sociale, Moro
entra nella complessa questione interna che contribuiva a corrodere i
rapporti tra i partiti italiani nella primavera 1947: cioè quanto
far partecipe il mondo dei lavoratori degli effetti positivi della
ricostruzione del paese. «Questa
crisi – rileva il giovane Costituente – che va corrodendo
l’ordinamento democratico e le strutture sociali del nostro paese
può essere vinta soltanto da una volontà operosa, che, evitando gli
orrori del passato, offra alla urgenza e alla gravità della
situazione il rimedio di uno straordinario impegno di fiducia e di
collaborazione. […] La crisi della democrazia dipende anche dalla
superficialità e dalla formalistica faciloneria di talune correnti
convinzioni, che ne esauriscono la sostanza più profonda e umana. Se
è rischioso il passaggio da una democrazia politica ad un’altra
sociale, se v’è il pericolo che questa sia […] un indebito ed
inumano soffocamento di alcuni essenziali valori di libertà, è
certo però che questa è una prova necessaria cui la democrazia va
incontro».
Quello che prospetta ai cattolici è un impegno preciso nel far sì
che la democrazia politica sia anche democrazia sociale per
soddisfare tutte le esigenze di giustizia proprie dell’essere uomo:
«Noi
cristiani più degli altri dovremmo sentire la necessità di dare
alla democrazia un completo e concreto contenuto di operante
solidarietà, mentre troppo spesso limitiamo le nostre cure e la
nostra fiducia soltanto alle fredde e rigide linee di una democrazia
puramente politica. […] Senza che diventi sociale, la democrazia
non può essere neppure umana, finalizzata all’uomo cioè con tutte
le sue risorse e le sue esigenze. Se essa resta strettamente
politica, angustamente politica, questo raccordo con l’uomo, ch’è
per il cristiano ragione essenziale di accettazione, diventa
estremamente difficile e, ove pure risultasse stabilito, si
rivelerebbe effimero e poco costruttivo. La democrazia è un tutto
con molteplici interferenze […] Sarebbe grave colpa per i cristiani
creare il mito della democrazia politica, la quale è la premessa
indispensabile, la base del sistema, ma non è tutta la democrazia,
ch’è regime di libertà non solo, ma di umanità e di giustizia»[20].
Queste
note sulla democrazia sociale ci danno in pieno l’apertura
culturale del personaggio Moro, ma anche quanto sia solido, organico
il suo umanesimo; esse si coniugano con altre note di approfondimento
riguardanti la concezione cristiana del lavoro, ma anche il ruolo
degli uomini di cultura. Il saggio sulla concezione cristiana del
lavoro viene pubblicato su “Studium” nel primo numero del 1945.
Ci interessa per alcune idee di carattere generale. Mentre la guerra
sta volgendo al termine, Moro ritiene che sul problema sia necessario
un «esame
di coscienza»
per «capirci
meglio»
tra i dirigenti e per «adeguare
la prassi a questa comprensione»[21].
Egli sa bene la forza espansiva dei movimenti di ispirazione
socialista, basata sulla capacità di rappresentare il mondo del
lavoro. E dato che conosce bene anche come il lavoro e il lavoratore
siano centrali nel mondo cristiano, contesta la presunta
alternatività tra civiltà cristiana e civiltà del lavoro[22].
In sintesi. Moro insiste sul fatto che il lavoro non è una condanna,
né una pena, conseguenza del male; lavoro e vita si identificano:
«il
lavoro non è un agire per agire, ma un agire per vivere. Esso è
naturalmente utile nella misura in cui è utile la vita»[23];
il lavoro corrisponde alla richiesta di vivere da parte della persona
umana, per cui «la
persona nel lavoro rivendica il diritto, afferma il dovere di vivere.
Il lavoro deve essere, come produttivo, redditizio per il soggetto.
La richiesta di compenso, di giusto compenso, non è cosa sulla quale
si possa sorvolare […]. Un uomo che domanda di vivere ed afferma il
significato economico del suo lavoro, va rispettato. Perché la vita
è dono di Dio»[24].
Moro fa anche riferimento alla Rerum
Novarum per
rilevare il posto che i diritti e i doveri del lavoro nonché il
rapporto tra lavoro e proprietà hanno nella dottrina sociale della
Chiesa. A conclusione del saggio il giovane politico pone due forti
ed emblematiche affermazioni: «che
una civiltà del lavoro […] non può essere che cristiana»[25]
e che pure «una
civiltà cristiana non può che essere una civiltà del lavoro»,
aggiungendo, con una mossa quasi di sfida: «o,
se vogliamo dire una brutta parola di moda, una civiltà
proletaria»[26].
Tale
attenzione di Moro al mondo del lavoro va collegata con la presa di
posizione chiara, rivolta agli uomini di cultura, nel numero di
maggio sempre del 1945, di schierarsi «con
le forze del lavoro, forza accanto ad altre forze»[27].
L’esortazione è rivolta formalmente ai laureati di Azione
cattolica, ma nell’articolo Moro chiama in causa tutta la
“cultura”, cui chiede di «liberarsi
da connivenze con inammissibili privilegi economici e sociali»[28]
e di fare una decisiva scelta di campo, non tanto partitico quanto
culturale.
Questa
sommaria rassegna di taluni interventi di Moro dà già il senso
delle sue idee, dei suoi ragionamenti, delle sue preoccupazioni
civili e politiche. Si potrebbero ancora citare gli interventi di
critica al collettivismo[29]
e, invece, di accettazione dell’interclassismo[30];
o l’attenzione al riformismo e umanesimo socialista[31]
nonché il dialogo che in tantissimi stelloncini dell’“Osservatorio”
intrattiene con organi della stampa socialista; la critica all’“Uomo
qualunque”, alla sua politica, al progetto di vita decadente e
«rinnegamento
della dignità umana»[32];
l’affermazione chiara della «certezza
del diritto»,
quale «condizione
indispensabile per una vita sociale ordinata»[33];
soprattutto non possono essere trascurati i suoi numerosi interventi
sui problemi della nuova Costituzione, ricordando anche che con
Dossetti, per conto della DC, è tra coloro che hanno un ruolo
fondamentale nell’elaborazione del testo.
Nella
fase di avvicinamento alle elezioni del giugno 1946 Moro sottolinea
il momento decisivo, di grande responsabilità, «un
momento di tensione spirituale per una costruzione che è spirituale
essa pure e non giuridico-formale»[34];
nel febbraio 1947, mentre sta iniziando in Assemblea la discussione
sul progetto di Costituzione, Moro ricorda che la «Costituzione
delinea la struttura dello Stato […] soprattutto racchiude le
intuizioni e gli orientamenti dominanti di un popolo in relazione a
tutti, si può dire, i valori umani, esprime un costume morale,
indica le grandi certezze sulle quali è fondata quella convivenza
che ha nella costituzione il suo fondamento»[35].
Poi il 13 marzo 1947 Moro è l’oratore ufficiale per la DC sui
principi fondamentali della Costituzione; nel suo intervento respinge
la tesi di chi vuole una Costituzione semplicemente afascista,
evidenzia che in tale fase è «in
gioco tutta la civiltà del nostro paese»
e che «fare
una Costituzione significa cristallizzare le idee dominanti di una
civiltà, significa esprimere una formula di convivenza, significa
fissare i principi orientatori di tutta la futura attività dello
Stato»[36].
Dopo l’approvazione
dell’art. 1 scrive che
la dichiarazione posta nell’articolo deve essere «salutata
come soluzione cristiana di drammatici conflitti sociali e premessa
di fecondi sviluppi verso una meta di giustizia, di benessere e di
pace»[37].
Poi nel gennaio 1948 annota che il nuovo anno inizia «felicemente
con l’entrata in vigore della nuova Costituzione che rappresenta
[…] il ritorno alla normalità nelle istituzioni dello Stato»;
rileva che «le
istanze di libertà civile e politica […] e quelle relative alla
giustizia sociale […] sono armonicamente congiunte»,
aggiungendo un significativo giudizio sintetico: «quest’armonia
è la chiave di volta di questa costituzione rigidamente democratica
e arditamente sociale»[38].
Chiusa
la fase dell’Assemblea costituente, Moro dall’aprile 1948 viene
eletto deputato nella circoscrizione Bari-Foggia, poi riconfermato
nelle legislature successive. Ancor prima di divenire segretario
nazionale della DC nel marzo 1959, egli ricopre importanti cariche:
nel V governo De Gasperi è Sottosegretario agli Esteri (maggio 1948
– gennaio 1950); Ministro della Giustizia (luglio 1955 – maggio
1957) nel I governo Segni, quindi Ministro della Pubblica Istruzione
nel successivo Governo Zoli (maggio 1957 – luglio 1958), carica
mantenuta (luglio 1958 – febbraio 1959) nel governo Fanfani
formatosi dopo le elezioni politiche del 1958.
Succeduto
a Fanfani alla guida della DC, con una operazione che mira a ricucire
una realtà partitica frammentata e che considera Moro un segretario
provvisorio che arrivasse al successivo congresso del partito, questi
invece diviene, da allora, il riferimento più autorevole della
politica italiana, con qualche battuta di arresto, qualche perdita di
posizioni solo dopo le elezioni politiche del 1968, posizioni, però,
ben preso recuperate.
Al
vertice del partito e della scena politica nazionale, le sue
posizioni politiche si situano sostanzialmente sul solco tracciato da
Sturzo e De Gasperi per quanto riguarda «i
rapporti tra partito e mondo cattolico, tra partito e sviluppo
complessivo della società, tra partito e compiti dello Stato»[39].
Quella ricchezza di pensiero, quell’apertura ai problemi del mondo
ma tenendo ferma l’ispirazione cristiana, che si sono viste nel
periodo 1945-48, le troviamo ampliate da un’esperienza che induce
Moro a puntare e credere sui valori, come ricorda in un Convegno di
democratici cristiani a Roma nel maggio 1969: «Per
quanto riguarda noi, siamo uomini liberi […] La nostra è una
battaglia di idee e di valori che , fortunata o sfortunata che sia
nell’immediato, infine intaccherà le radici di un sistema che
riteniamo anacronistico e inaccettabile. Noi ci auguriamo, malgrado
tutto, di non essere di fronte ad una fortezza chiusa ed
imprendibile. Abbiamo, per sospingerla ad aprirsi, più che la forza,
le idee ed i valori nei quali crediamo»[40].
Fin
dal discorso di insediamento alla Segreteria, Moro si muove
con l’intenzione di perseguire il raggiungimento del
centro-sinistra, linea politica che la DC di Fanfani ha deciso di
intraprendere al Consiglio nazionale di Vallombrosa nell’estate
1957, ma che nel mondo cattolico e all’interno dello stesso partito
trova molte contrarietà e opposizioni. Centro-sinistra, che
significa apertura ai socialisti e netta chiusura al PCI, attraverso
un percorso che riesca a preservare l’unità della DC.
Centro-sinistra
e unità del partito costituisce un po’ un capolavoro di Moro, date
le diverse anime del partito e le difficoltà del mondo cattolico.
Sia al congresso di Firenze (23-28 ottobre 1959) che al successivo di
Napoli (27-31 gennaio 1962), con la sua abilità di mediazione riesce
a far stemperare molti contrasti di corrente e a mandare in porto la
linea di centro-sinistra, che avrebbe realizzato un allargamento
delle basi della democrazia, rispecchiando così proprio la funzione
storica che la DC intendeva assolvere nella società italiana.
Dopo
le elezioni politiche del 1963, tocca a Moro di presiedere i governi
di centro-sinistra organico con la presenza di ministri socialisti
guidati da Nenni. Moro presiede tre governi di centro-sinistra tra
dicembre 1963 e giugno 1968. Questo centro-sinistra organico viene
alla luce dopo un dibattito protrattosi per diversi anni, che aveva
suscitato nel paese molte aspettative ma anche contrasti; entra nella
fase operativa mentre è in esaurimento la fase spettacolare del boom
economico, seguita da momenti anche recessivi e di crescita del costo
del lavoro. Talune riforme strutturali (legge urbanistica,
programmazione, ordinamento regionale) non hanno quella incisività
ipotizzata. La riforma ospedaliera, la legge sulle pensioni, gli
aiuti all’agricoltura e altri provvedimenti non riescono a far
superare la delusione che il centrosinistra non avesse corrisposto
alle attese. Lo scandalo Sifar e la mancata riforma universitaria,
bloccata essenzialmente dalla contestazione giovanile, influiscono
anche sull’esito elettorale del maggio 1968. Appare equilibrata
l’analisi di Scoppola: «processo
di svuotamento dei contenuti programmatici e di sopravvivenza di
un’alleanza fine a se stessa»[41].
Su Moro, Presidente del Consiglio, viene riversata la responsabilità
delle mancate riforme, della poca incisività, facendo emergere la
considerazione generale del centro-sinistra come grande opportunità
politica mancata.
I
giochi interni di corrente (quella dorotea) pongono Moro fuori dal
governo, in una posizione defilata. Si è parlato anche di
sbandamento di Moro dopo il ’68. Egli, dopo il silenzio dei mesi
estivi, al Consiglio nazionale del partito del 21 novembre 1968
riprende a tessere le fila della politica italiana con una
riflessione come al solito intelligente e profonda, con una notevole
attenzione ai mutamenti in atto nella società. Parla dei «tempi
nuovi [che] si annunciano ed avanzano in fretta come non mai»:
esplicita che la DC debba fare una sintesi tra il nuovo che emerge e
i valori che debbono essere salvaguardati. Nell’ambito di una
«politica
intensamente umana»,
Moro sollecita il partito a sintonizzarsi con convinzione sul quadro
nuovo della società, «in
una visione dell’uomo e della società, della libertà, della
dignità, della giustizia e della pace, che si ricollega ad idealità
cristiane, senza la pretesa di interpretarle in modo esauriente ed
esclusivo»[42].
Nella medesima sede, cogliendo di sorpresa tutti, comunica di aver
deciso di «assumere
una posizione autonoma nella organizzazione interna della DC»,
cioè di passare all’opposizione, con la costituzione di un proprio
gruppo, una corrente: la sua separazione dalla vecchia maggioranza
dorotea, come precisava due mesi dopo, era un’operazione «dolorosa
ma feconda»,
«scomporre
per ricomporre, abbandonare a poco a poco il vecchio, per permettere
al nuovo di nascere»[43],
ma sempre attorno ai valori dell’ispirazione cristiana, della
scelta popolare e democratico-personalista[44].
Quanto
Moro sia convinto della capacità riformistica del centro-sinistra,
emerge quando manifesta la sua contrarietà ai governi di centro,
presieduti da Andreotti tra 1972 e 1973; e, non appena si presenta
l’occasione, diventa il regista della ricostituzione del
centro-sinistra al congresso DC di Roma del giugno 1973, che riporta
Rumor alla Presidenza del governo e Fanfani alla segreteria del
partito.
Intanto,
dopo il ’68, la crescita di consenso del PCI induce Moro ad aprire
quella che definisce «fase
di una strategia dell’attenzione»
verso la presenza del PCI nella realtà politica e sociale italiana.
Con puntiglio precisa che si tratta non di avviare con i comunisti
una comune gestione del potere, ma di dar corpo ad un serio e
corretto rapporto dialettico, «il
vero modo di essere della democrazia»:
per quanto riguarda il rapporto con il PCI, Moro ha ben chiaro che
quelle di DC e PCI sono esperienze storiche con «molte
divergenze e limitate convergenze»,
ciascuna con «propria
intuizione del mondo e propria visione dell’uomo»[45].
Entro queste coordinate Moro si mantiene anche quando il PCI di
Enrico Berlinguer avanza nell’ottobre 1973, dopo i noti fatti del
Cile, la proposta di compromesso storico. Dopo il referendum del
maggio 1974 sul divorzio e dopo la crisi del governo di
centro-sinistra di Rumor, tocca di nuovo a Moro trovare la via
d’uscita dall’impasse,
con un governo DC-PRI (23 novembre 1974), sostenuto anche da PSI e
PSDI. Questo governo Moro (il quarto), che nasce nell’ambito delle
forze politiche che sempre hanno sostenuto il centro-sinistra,
risente dello scontroso travaglio dopo la crisi petrolifera e dopo
l’esito del referendum, ma respinge il compromesso storico e si
dichiara aperto ad un rapporto dialettico col PCI.
Quando
il PSI a fine dicembre 1975 opta per la politica degli equilibri più
avanzati e per il conseguente ritiro della fiducia al governo, dopo
un ampio e tortuoso dibattito tocca ancora a Moro presiedere il
governo (il quinto governo Moro, 12 febbraio 1976), che riceveva
l’appoggio di DC e PSDI, mentre si astengono PSI, PRI e PLI e
votano contro i comunisti e i missini. Moro è estremamente
consapevole della fragilità del quadro politico dopo tale scelta del
PSI, che si muoveva in un’ottica di alternativa alla DC. Al
congresso democristiano di marzo, Moro riconosce che la politica di
centro-sinistra era considerata esaurita dal congresso del PSI; che
non può essere riproposta meccanicamente, ma si tratta di salvarne
“il nucleo vitale”, cioè «la
collaborazione di due forze popolari certamente diverse,
caratterizzate da peculiari tradizioni e intuizioni, ma capaci di
confluire in un disegno rinnovatore e di giustizia della società
italiana».
Passando a parlare del PCI, rileva che la sua evoluzione non può
indurre a «considerare
risolta la questione comunista»:
nel respingere ancora il compromesso storico, lancia l’idea che «un
serio, rigoroso e rispettoso confronto con il PCI è lo strumento
necessario e anche sufficiente per garantire la dialettica
democratica»[46].
Dopo
le elezioni politiche del giugno 1976, che premiano DC e PCI, non
ritenendo che esistano le condizioni per associare il PCI al governo,
Moro favorisce la formazione di un governo monocolore democristiano,
guidato da Andreotti, che si regge sulla “non sfiducia”, cioè
sulle astensioni, degli altri partiti dell’arco costituzionale (6
agosto 1976).
Intanto
in Parlamento si concretizza con il PCI un confronto sempre più
aperto su vari punti programmatici, tanto che si arriva a
formalizzare in un documento, approvato con mozione alla Camera il 15
luglio 1977, in cui i sei partiti si impegnano su tale accordo di
programma a sostenere il governo: la situazione politica di fatto
cambia con il passaggio dalle astensioni all’appoggio su un accordo
di programma. In un bell’articolo, scritto ad aprile, Moro inquadra
la situazione in una visione molto più ampia e di alto significato:
«anche
se talvolta profondamente divisi, anche ponendoci, se necessario,
come avversari, sappiamo di avere in comune, ciascuno per la propria
strada, la possibilità e il dovere di andare più lontano e più in
alto. La diversità che c’è tra noi non ci impedisce di sentirci
partecipi di una grande conquista umana. Non è importante che
pensiamo le stesse cose, che immaginiamo e speriamo lo stesso
identico destino; è invece straordinariamente importante che, ferma
la fede di ciascuno nel proprio originale contributo per la salvezza
dell’uomo e del mondo, tutti abbiano il proprio libero respiro,
tutti il proprio spazio intangibile nel quale vivere la propria
esperienza di rinnovamento e di verità, tutti collegati l’uno
all’altro nella comune accettazione di essenziali ragioni di
libertà, di rispetto e di dialogo. La pace civile corrisponde
puntualmente a questa grande vicenda del libero progresso umano, nel
quale rispetto e riconoscimento emergono spontanei, mentre si lavora,
ciascuno a proprio modo, ad escludere cose mediocri, per fare posto a
cose grandi»[47].
Quando
sul finire del 1977 il governo Andreotti entra in crisi, poiché il
PCI reclama partecipazione diretta a un governo d’emergenza
ritenuto necessario dall’aggravarsi della situazione, tocca ancora
a Moro tessere le fila di quel progetto che avrebbe condotto alla
costituzione del governo di solidarietà nazionale (16 marzo 1978),
presieduto ancora da Andreotti, in cui il PCI entra nella maggioranza
ma non ha rappresentanti nel gabinetto ministeriale. É una
situazione difficile, senza alternative, data l’impraticabilità di
qualsiasi ipotesi di centro-sinistra. Moro, con prudenza e
intelligenza, ben a conoscenza delle pressioni internazionali sia
americane che sovietiche, operò per convincere i gruppi parlamentari
democristiani a dare il proprio assenso all’entrata del PCI nella
maggioranza ma non nel governo; per convincere il PCI che non c’erano
le condizioni per una alleanza politica (il compromesso storico).
L’interpretazione più plausibile è che Moro, in quella situazione
di emergenza, con tutte le cautele possibili stesse operando per
assicurare al paese un processo di “democrazia compiuta”,
accettando il coinvolgimento graduale e temporaneo del PCI nella
maggioranza, fatto che poteva costituire la premessa della
legittimazione di questo partito a governare nell’ambito del gioco
dell’alternanza e nel rispetto dei principi costituzionali della
democrazia parlamentare.
[1]
R. MORO, La formazione giovanile di Aldo Moro, in “Storia
contemporanea”, n. 4/5, 1983, pp. 804 e 819-820.
[2]
Così scriveva don Costa nel maggio 1939 (ivi, p. 952).
[3]
A. MORO, Per una iniziativa politica della Democrazia cristiana,
Agenzia Progetto, Roma 1973, p.75.
[4]
G.B. SCAGLIA, Introduzione. Aldo Moro dall’Azione cattolica
all’azione politica, in A. MORO, Al di là della politica e
altri scritti. “Studium” 1942-1952, a cura di G. Campanini,
Studium, Roma 1982, p. 11.
[5]
A. MORO, La funzione di “Studium”, in ID., Al di là
della politica e altri scritti. “Studium” 1942-1952, cit.,
pp. 267-268: l’articolo fu pubblicato nel n.12 (dicembre) del 1945
a p. 369.
[6]
A. MORO, Liberazione, in “Studium”, n. 1-2, 1945, pp.
1-2, ora in ID., Al di là della politica e altri scritti.
“Studium” 1942-1952, cit., pp. 69-71.
[7]
A. MORO, Di fronte alla Costituente, in “Studium”, n. 3,
1946, p. 65 (ora ivi, p. 95). Sull’argomento ecco qualche
altra riga di commento dopo l’elezione della Costituente: «Gli
avvenimenti che si sono svolti e si vanno svolgendo in Italia con
ritmo incalzante esigono una compiuta e viva presenza di tutti i
cittadini nella nuova storia del nostro paese. […] Partecipazione
che è diritto e dovere ad un tempo; che esprime la conquistata
sovranità democratica come piena affermazione di libertà ed indica
ad un tempo le vie faticose e difficili, per rendere significante e
feconda l’attribuzione di poteri che la travolgente evoluzione
della recente storia d’Italia ha compiuto” (A. MORO, Una
nuova storia, in “Studium”, n. 6-7, 1946, p. 161, ora ivi,
p. 99).
[8]
A. MORO, Una nuova storia, cit., (ora ivi, p. 102).
[9]
A. MORO, Tra il contingente e l’eterno, in “Studium”,
n. 7-8, 1945, p. 193 (ora ivi, p. 248).
[10]
A. MORO, Dignità della politica, in “Studium”, n. 3,
1947, p. 101 (ora ivi, p. 291).
[11]
Cfr. A. MORO, Speranza, in “Studium”, n. 12, 1947, p. 417
(ora ivi, p. 140): «visione
molto vasta, molto pura, molto forte. Lavoriamo e soffriamo
probabilmente non per noi, ma per chi verrà dopo di noi, per la
verità che è più grande di noi, perché sia affermata e trionfi».
[12]
A. MORO, Dignità delle politica, cit., (ivi, p. 291).
[13]
A. MORO, Per una iniziativa politica della Democrazia Cristiana,
cit., p. 73.
[14]
A. MORO, Al di là della politica, in “Studium”, n. 7-8,
1945, p. 181 (ora in Al di là della politica e altri scritti.
“Studium” 1942-1952, cit., pp. 81-82).
[16]
A. MORO, Annunciare la dignità di ogni uomo, in “Studium”,
n. 7-8, 1945, p. 203 (ora ivi,
p. 251).
[17]
A. MORO, Una nuova storia, in “Studium”, n. 6-7, 1946, p.
162 (ora ivi, p.
101).
[18]
A. MORO, Speranza, in “Studium”, n. 12, 1947, p. 417 (ora
ivi, p. 140). All’incirca a metà di questo editoriale
Moro, dopo aver precisato con il plurale maiestatis il senso
del proprio impegno («Lavoriamo
e soffriamo probabilmente non per noi, ma per chi verrà dopo di
noi, per la verità che è più grande di noi, perché sia affermata
e trionfi»), ha
un’espressione, che può considerarsi profetica riguardo alla
propria esistenza: «Mettiamo
in conto anzi la nostra personale sconfitta, perché essa è nulla
confrontata con gli ideali che il nostro sacrificio deve
salvaguardare».
[19]
A. MORO, Vera e falsa democrazia, in “Studium”, n. 3-4,
1945, p. 80 (ora ivi, pp. 239-240).
[20]
A. MORO, Democrazia integrale, in “Studium”, n. 4, 1947,
pp. 113-114 (ora ivi, pp. 124-127).
[21]
A. MORO, Concezione cristiana del lavoro, in “Studium”,
n. 1-2, 1945, p. 3 (ora ivi, p. 169).
[25]
Precisando: «Ché
cristiana è la rivendicazione dell’intimità dell’uomo,
cristiano il principio della responsabilità morale, cristiana
l’idea di un nesso sociale infrangibile, cristiana […] l’idea
della giustizia» (ivi,
p. 181).
[26]
Precisando: «Ché il
lavoro è la concretezza vibrante della vita, atto operoso,
certissimo di amore»
(ibidem).
[27]
A. MORO, Decisioni, in “Studium”, n. 5, 1945, p. 114 (ora
ivi, p. 75). Testo preciso: «la
decisione che si attende da noi oggi è di essere schierati con le
forze del lavoro».
[29]
A. MORO, Presenza spirituale, in “Studium”, n. 10, 1946,
pp. 265-266 (ora ivi, pp. 107-109).
[30]
A. MORO, Il senso dell’interclassismo, in “Studium”, n.
10, 1946, p. 289 (ora ivi, pp. 277-278).
[31]
In una bella recensione al dramma di Silone, Ed egli si nascose
(in “Studium”, n. 6, 1945, pp. 166-167, ora ivi, pp.
190-196), Moro, approfondendo il vissuto dei personaggi descritti da
Silone, accenna al problema dei rapporti tra cristianesimo e
socialismo, indicando – in questa occasione come in altri
interventi nella rivista – la convergenza di taluni indirizzi
ideali.
[32]
A. MORO, Contro l’“Uomo qualunque”, in “Studium”,
n. 9, 1945, p. 266 (ora ivi, pp. 255-256).
[33]
A. MORO, La certezza del diritto, in “Studium”, n. 5,
1947, p. 158 (ora ivi, p. 295).
[34]
A. MORO, Di fronte alla Costituente, in “Studium”, n. 3,
1946, pp. 65-66 (ora ivi, p. 95).
[35]
A. MORO, Spunti sulla Costituzione, in “Studium”, n. 2,
1947, pp. 33-34 (ora ivi, p. 116).
[36]
Per l’esame dell’attività di Moro alla Costituente cfr. U. DE
SIERVO, Il contributo alla Costituente, in Cultura e
politica nell’esperienza di Aldo Moro, a cura di P.
Scaramozzino, Giuffrè, Milano 1982, pp. 79-122.
[37]
A. MORO, Sull’art. 1 della Costituzione, in “Studium”,
n. 4, 1947, p. 128 (ora ivi, p. 294).
[38]
A. MORO, Inizio, in “Studium”, n. 1, 1948, pp. 1-2 (ora
ivi, pp. 142-143).
[39]
S. FONTANA, Moro e il sistema politico italiano, in Cultura
e politica nell’esperienza di Aldo Moro, cit., p. 182.
[40]
A. MORO, Una politica per i tempi nuovi, Agenzia Progetto,
Roma 1969, p. 152.
[41]
P. SCOPPOLA, La repubblica dei partiti, Il Mulino, Bologna
1991, p. 352.
[42]
A. MORO, Una politica per i tempi nuovi, cit., pp. 5-33.
[43]
Intervento al Consiglio nazionale del 18 gennaio 1969 (ivi,
p. 45).
[44]
Cfr. R. RUFFILLI, L’ultimo Moro: dalla crisi del
centro-sinistra all’avvio della Terza fase, in Storia della
Democrazia Cristiana. IV. Dal centro sinistra agli “anni di
piombo”, Cinque Lune, Roma 1989, p. 324.
[45]
A. MORO, Una politica per i tempi nuovi, cit., p. 54.
[46]
G. GALLONI, 30 anni con Moro,
Editori riuniti, Roma 2008, pp. 197-198.